Carlo Goldoni
La vedova spiritosa

ATTO TERZO

SCENA SETTIMA   Don Berto, don Anselmo, don Isidoro, poi don Ferramondo

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SCENA SETTIMA

 

Don Berto, don Anselmo, don Isidoro, poi don Ferramondo.

 

ANS.

Visite tutto il giorno?

ISI.

Le visite a quest'ora?

ANS.

Fatela rinserrare.

BER.

Sì, sì, non vedo l'ora.

ISI.

Pensate, se vogliamo che venga a far rumori

Contro la nostra tavola.

FER.

Servo di lor signori.

ISI.

Come! non ve l'han detto che a tavola si va?

FER.

Chi è il padrone di casa? (a don Anselmo)

ANS.

Signore, eccolo qua. (accennando don Berto)

BER.

Son io, ma mi riporto a questi amici miei.

FER.

Non siete voi don Berto?

BER.

Son servitor di lei.

ISI.

Di grazia... (a don Ferramondo)

BER.

(State zitto). (piano a don Isidoro; mostrando aver paura)

FER.

Signor, vi son tenuto,

Che in ora così incomoda mi abbiate ricevuto.

Cercai di donna Placida; mi disse il vostro servo,

Che pria da voi venissi, e i vostri cenni osservo.

BER.

Anzi mi favorisce.

ISI.

(Ah schiuma de' bricconi!

Paoluccio me l'ha fatta). (da sé)

ANS.

Anzi, la mi perdoni,

Fe' dire a lei don Berto, che ora non si poteva

Ricever le sue grazie. (a don Ferramondo)

ISI.

E che pranzar voleva. (a don Ferramondo)

FER.

Il servo tal risposta non fece all'imbasciata,

Né un cavalier mio pari l'avrebbe meritata.

Don Ferramondo io sono, signor di Belvedere,

Fra le truppe alemanne capitan granatiere.

Conobbi donna Placida sin quando avea marito;

Se vengo a visitarla, non so d'essere ardito.

L'ora del mezzogiorno non parmi ora indiscreta;

Pure il costume vostro seguir non vi si vieta;

Ma non vi si concede meco un trattar villano.

ISI.

Signor, con chi parlate?...

BER.

(Zitto, ch'è un capitano). (piano a don Isidoro)

FER.

Se negli amici vostri vi è tanta indiscrezione,

Saprò sopra di loro pigliar soddisfazione.

Gente malnata e vile sa poco il suo dovere.

ANS.

Signor, non vi adirate...

BER.

(Zitto, ch'è un granatiere). (piano a don Anselmo)

FER.

Cerco di donna Placida. (a don Anselmo)

ANS.

A me? non ne so nulla.

BER.

Sarà di , signore. (accenna la sua camera)

ANS.

(No, che vi è la fanciulla). (piano a don Berto)

ISI.

Volete donna Placida? di potete andare. (a don Ferramondo, accennando la camera)

(Lasciate che egli vada! che andremo a desinare). (piano a don Berto)

FER.

Lo sa ch'io la domando?

BER.

Le farem l'imbasciata.

ISI.

Può andar liberamente, che già non è occupata.

ANS.

Un cavalier bennato, che ama la civiltà,

Sa ben che non conviene a lui tal libertà.

FER.

Io sono un galantuomo che sa i doveri suoi,

vo' le convenienze apprendere da voi.

ANS.

Signore, ed io son uno che con amor sincero

Dico liberamente a chi mi ascolta il vero.

Si lascian star le donne che son nel proprio tetto,

E non si va a tentarle. Sia detto con rispetto.

FER.

Chi sei tu, che pretendi di farmi il correttore,

Zelante inopportuno, famelico impostore?

Vieni a ostentare, ingordo, la tua dottrina immensa

In casa di don Berto, per guadagnar la mensa?

O pur ribaldo ascondi sotto mentita pelle

D'agnello il cor di lupo, per insidiar donzelle?

L'uno o l'altro pensiero ravvolge il tuo talento,

Poiché senza ragione moralizzar ti sento.

Un cavalier che visita donna civile, onesta,

un segno di rispetto, amor non manifesta;

E chi sospetta a torto degli andamenti altrui,

Fa veder che la colpa ha le radici in lui.

Don Berto è un uom dabbene, egli ti crede, il vedo;

Io che son uom di mondo, a un impostor non credo.

ISI.

(Beva quel sciroppetto). (da sé)

BER.

(Dite delle ragioni). (piano a don Anselmo)

ANS.

(Per umiltà sto zitto). (piano a don Berto) Il ciel ve lo perdoni. (a don Ferramondo, e parte)

 

 

 


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