Carlo Goldoni
La vedova spiritosa

ATTO QUARTO

SCENA TERZA   Donna Placida, poi don Isidoro

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SCENA TERZA

 

Donna Placida, poi don Isidoro.

 

PLA.

Oh perfido vecchiaccio! la carità l'ispira.

La carità vuol dire che a maritarsi aspira,

E vuole una fanciulla, e impiega per averla

Una serva, ch'ei crede capace a persuaderla.

Ma sopra ogn'altra cosa questa mi par più vaga:

Insidia la nipote, e il zio gli la paga.

ISI.

(Eccola. Andarsi a chiudere? Eh, che non ha tai voglie.

Me la vo' fare amica, se resta in queste soglie). (da sé)

PLA.

(E più che gli si dice, lo zio non sa nïente).

ISI.

Servo di donna Placida.

PLA.

Serva sua riverente.

(Quest'altra buona pezza). (da sé)

ISI.

Ecco, signora mia,

Son venuto a tenervi un po' di compagnia.

Se fuor bramate uscire, se in casa star volete,

La sera e tutto il giorno di me dispor potete.

Con voi verrò in carrozza, quando non siavi alcuno,

Pronto a cedere il posto liberamente a ognuno.

Alla conversazione mi offro di accompagnarvi,

Partir quando vi aggrada, tornare a ripigliarvi;

Darvi la man, se un altro servente non vi sia;

Seguirvi di lontano, se siete in compagnia.

E se farete mai qualche secreto accordo,

Sappiate ch'io son muto, sappiate ch'io son sordo.

All'opera con voi venire io vi prometto,

E sola, se bisogna, lasciarvi nel palchetto.

E se trattar doveste qualche segreto affare,

Starò, fin che volete, di fuori a passeggiare.

Non sdegnerò, signora, se voi lo comandate,

Recapitar viglietti, portar delle imbasciate.

Saprò nelle occorrenze servir da secretario,

Sarò con voi di tutto fedel referendario.

Portarvi la mattina saprò le novità

Di quello che succede per tutta la città.

Vedrò nella famiglia se nascon degli errori.

Vi saprò dir la vita de' vostri servitori.

Del zio, della germana, di quei che vi frequentano,

Tutto vi saprò dire allor che non mi sentano.

Di me dispor potete, potete comandare,

Né vi darò altro incomodo che a cena e a desinare.

PLA.

Bravo, don Isidoro. Tai sono i galoppini,

Che diconsi alla moda serventi comodini.

Vi offendete di questo?

ISI.

Oibò, liberamente

Dite quel che volete, che non me n'ho a mal niente.

Se mai andaste in collera, quando quel tal non vi è

Che il dispiacer vi ha , sfogatevi con me.

E siete anche padrona di strapazzarmi un poco,

D'esser fastidiosa quando perdete al gioco.

Posso esibir di più? sarò schiavo in catena,

chiedo in ricompensa che un pranzo ed una cena.

PLA.

Dirò, signor servente, di voi son persuasa:

Ma credo di restare per poco in questa casa.

E quando vi restassi, sapete chi è il padrone.

Io comandar non posso. Don Berto è che dispone.

ISI.

Don Berto, per parlarvi con tutta confidenza,

È un uomo che non ha né spirito, né scienza.

Condur da chi lo pratica si lascia per il naso.

Voi col vostro giudizio sareste il di lui caso.

L'altra sorella vostra è giovane, è fanciulla,

Non sa d'economia, di casa non sa nulla.

Solo di frascherie, di mode è sol maestra;

E son le sue faccende lo specchio e la finestra.

La serva è una pettegola, il servitore è peggio,

Non fanno il lor dovere, e rubano alla peggio.

Vi è poi quel don Anselmo, falsario, bacchettone,

Che domina don Berto, che vuol far da padrone;

Che aspira a un matrimonio colla minor nipote,

Non già per vero affetto, ma sol per la sua dote;

Che sotto un finto zelo sa mascherare il vizio,

E manda dell'amico la casa in precipizio.

Tutta gente cattiva; io che son uom sincero,

Dissimular non posso, e vi discopro il vero.

PLA.

Per dir la verità, voi pontuale, esatto,

A ognun di questa casa faceste il suo ritratto.

A voi per tal fatica gratissima mi mostro,

Ma avrei piacere ancora, che mi faceste il vostro.

ISI.

A me non appartiene farvi il ritratto mio.

PLA.

Verissimo; aspettate, che farvelo vogl'io.

Voi siete, a quel ch'io sento, un uomo che convince

A forza di finezze, ma tien da quel che vince.

S'io resto, s'io comando, a me tutta la stima.

S'io parto e mi ritiro, don Berto è quel di prima.

Parlando a don Anselmo, lodate i pregi sui,

A me lo biasimate, parlandomi di lui.

Lo stil della germana voi meco or criticate;

Poi seco ragionando, lo so che la lodate.

Dite dei servitori più mal che non conviene.

Di lor, quando vi servono, non fate che dir bene.

La tavola vi piace; se un si mangia poco

Dite mal del padrone, del spenditor, del cuoco.

Amante del buon tempo, del faticar nemico,

Sordido internamente, in apparenza amico,

Satirico in distanza, adulator sul fatto;

Scrocco di prima riga. Ecco il vostro ritratto. (parte)

 

 

 


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