Carlo Goldoni
La sposa persiana

ATTO TERZO

Scena Terza. Ircana, e dette

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Scena Terza. Ircana, e dette

 

IRCANA Olà, qual ozio è questo? Le schiave in concistoro?

Itene immantinente ai giardini, al lavoro.

FATIMA (Eccola, me l’addita quell’altero sembiante) (da sé).

IBRAIMA Frenate quell’orgoglio (a Fatima e parte).

ZAMA Punite l’arrogante (fa lo stesso).

IRCANA (Chi è costei, che non parte?) (da sé).

FATIMA (Numi, Consiglio, aita) (da sé).

IRCANA (Ah sì la veggio; è questa la rivale abborrita.

Fuggasi) (da sé).

FATIMA Ircana.

IRCANA A nome chi sei tu, che m’appelli?

FATIMA Di Tamas la consorte questa è, con cui favelli.

IRCANA E ben? che dir vorresti? che io son tua schiava?

FATIMA Invano

Temi, che usar io voglia teco il poter sovrano.

Non servono con l’altre le schiave, che han l’onore

D’aver incatenato del signor loro il cuore.

IRCANAcomandare è dato a sposa non amata,

Per obbedire il padre, dal giovane sposata.

FATIMA È ver, non lo contrasto; tu sei la più felice.

Vuoi, che io ti serva? Imponi!

IRCANA A te servir non lice.

Donna fra suoni, e canti al talamo venuta,

Schiava obbedir non deve da’ parenti venduta.

FATIMA Tal legge in un serraglio rare volte si osserva

Spesso il signor confonde colla sposa la serva.

IRCANA E chi tal legge soffre mal volentier, sen rieda,

Pria che all’onta privata la pubblica succeda.

FATIMA L’onte sfuggir non cura chi soffre, e non s’aggrava.

IRCANA Donna, che soffre i torti è più vil di una schiava.

FATIMA Qual torto, se non mi ama sposo, di te invaghito?

IRCANA Non vi è ragion, che approvi le ingiurie d’un marito.

FATIMA Con tai ragion condanni te sol di contumace.

IRCANA Condanno te, se resti, se lo sopporti in pace.

FATIMA Ma se ne’ lumi tuoi merto maggiore io vedo,

Se Tamas compatisco, se amo il tuo ben...

IRCANA Nol credo.

Fingi ben, lo conosco, fingi soffrir suoi lacci,

Ma tanto più t’accendi, quanto più fremi, e tacci.

Chi sa sotto quel ciglio qual covisi lo sdegno,

Qual della mia rovina si mediti il disegno?

Fatima, donne siamo; parliam tra noi sincere,

Ciascuna in modi vari sa fare il suo mestiere,

Io d’un amor schernito non soffrirei gli

Tu, se il tuo cuor lo soffre, o sei stolta, o m’inganni.

FATIMA Stolta sarò.

IRCANA Non dice d’esserlo chi è in diffetto.

FATIMA Dunque?

IRCANA Dunque tu celi colla pace il dispetto.

FATIMA E tu con labro sciolto ad insultare avvezzo

Aggiungi all’altrui danno con l’ingiurie il disprezzo.

Vuoi, che lo sdegno io nutra? tu pur lo nutri in seno,

Ma con parole audaci non ne fo pompa almeno.

IRCANA Taci; or siamo scoperte, sei mia nemica.

FATIMA Ed io

Dovrei a chi m’insulta giurar lo sdegno mio.

Ma non temer, son tale, che a chi m’insulta ancora

Non posso il cor sincero serbar nemico un’ora.

IRCANA Segno di tua viltade.

FATIMA T’inganni; un segno è questo,

Che dell’anime vili la vendetta detesto,

E se la virtù stessa vuoi che per te mi aggrave,

Segno è, che non mi cale di altercar colle schiave.

IRCANA Schiava son io che puote far tremare un’altera.

FATIMA Anche di gallo il canto fa tremar una fera.

IRCANA O parti, o Tamas d’una di noi vedrà la morte.

FATIMA Veggala; ambe moriamo; ma dentro a queste porte.

IRCANA Perfida!

FATIMA Io non t’insulto.

IRCANA Più il tuo tacer m’affanna.

FATIMA Non la mia sofferenza, il tuo furor condanna.

IRCANA Parto perché il tuo volto mi provoca, e m’uccide;

Più della morte ho in odio donna, che freme, e ride (parte).

 


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