Carlo Goldoni
La sposa sagace

ATTO TERZO

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SCENA ULTIMA

 

Tutti.

 

BAR.

Eccomi qui, signora, eccoci tutti insieme.

PET.

Ho da dirvi a quattr'occhi qualcosa che mi preme.

BAR.

S'ella parlar mi vuole del marital contratto,

Parli liberamente. Già quel ch'è fatto...

POL.

È fatto.

PET.

Bene, a parlare in pubblico non ho riguardo alcuno.

Non ho, quand'ho ragione, soggezion di nessuno.

Sopra di tal proposito sentii più di un parere,

E tutti hanno deciso a pro del Cavaliere.

CAV.

Piano, signora mia, che ho da parlare anch'io.

Voi avete ragione, ma il Duca è amico mio.

Ch'egli di me si lagni, per certo io non concedo. (a donna Petronilla)

Donna Barbara è vostra, signore, io ve la cedo. (al Duca)

PET.

Come! a me, Cavaliere, si fa così gran torto?

DUCA

L'offesa ad una dama, signore, io non sopporto.

Me la concesse il padre, è ver, coi labbri suoi;

Ma io per amicizia ve la rinunzio a voi. (al Cavaliere)

PET.

Il Duca è un uom d'onore. Barbara è vostra sposa.

CAV.

Anch'io so praticare un'azion generosa.

Corrispondo all'amico col più sincero impegno;

Ditemi, se la sposo, un cavaliere indegno.

DUCA

Un'anima onorata non cede in tal cimento.

L'abbandono per sempre, e impegno il giuramento.

POL.

(Ci scommetto la testa, che il Duca e il Cavaliere

Sanno ch'è maritata! Stiamo un poco a vedere). (da sé)

PET.

Ecco, signora mia, ecco il grazioso effetto

Del suo brillante spirito, del suo bell'intelletto.

A far conversazione coi cavalieri unita,

La sua mente sublime alfine han saporita.

Tanto di lei rimase alcuno stupefatto,

Che tutti l'abbandonano.

POL.

(Io rido come un matto). (da sé)

PET.

E voi non dite nulla? (a don Policarpio)

POL.

Ora che dir non so.

Aspetto un certo passo, e allora parlerò.

PET.

Parlerò io frattanto. Signora mia garbata,

Cominci in avvenire a viver ritirata;

Ci va dell'onor nostro lasciar che questo e quello

Di voi fra queste mura si serva di zimbello.

Per voi non vo' privarmi di mia conversazione,

vo' che mi teniate per questo in soggezione.

Provai di maritarvi: se non ci son riuscita,

Andrete in un ritiro pel corso della vita.

POL.

(Or che ci va, sta bene). (da sé)

BAR.

Ecco, signori miei.

L'ora che vi ho veduto, quasi maledirei. (al Duca ed al Cavaliere)

PET.

Sciocca!

DUCA

Amico, a dir vero, provo un dolore interno,

Che mi farà per essa vivere in un inferno.

Povera signorina! per noi perde uno stato.

Pagherei mille doppie a non aver giurato.

CAV.

Un impegno d'onore non vuol ch'io mi ritratti,

Ma consolata almeno la voglio a tutti i patti.

Troviamole un marito.

PET.

Sì, le occasion son pronte! (con ironia)

Chi volete la pigli?

DUCA

La può pigliare il Conte.

POL.

(Oh! Ci siamo davvero). (da sé)

CON.

Signora, io non ardisco,

Ma la pietà mi move, se mi vuol, mi esibisco.

BAR.

No no, ch'io pigli il Conte, pericolo non c'è.

POL.

No no? Signora, adesso tocca parlare a me.

No no, non voglio il Conte? no no diceste allora

Ch'egli è venuto in casa in questa notte ancora?

Quando che vi ha parlato, e quando vi sposò,

Ditemi, sfacciatella, diceste a lui no no?

PET.

Come! sposa in segreto? faceste un simil tratto?

BAR.

Non mi mortificate. Quello ch'è fatto, è fatto. (con affettata modestia)

A voi chiedo perdono. Lo chiedo al genitore.

Commesso ho un mancamento. Lo dico a mio rossore.

Punitemi, che il merto; ma pria che mi punite,

Pria che mi condannate, le mie discolpe udite.

Se il cuor d'una matrigna...

PET.

Altro sentir non voglio.

Ho capito abbastanza, conosco il vostro orgoglio.

Ite pur collo sposo dove vi guida il fato.

Se vi perdona il padre, per me vi ho perdonato.

BAR.

Dalla bontade vostra posso sperar, signore?... (a don Policarpio)

CON.

Vostra figlia è consorte d'un cavalier d'onore.

POL.

È ver, non so che dire. Mia figlia ha fatto male,

Ma io, per dir il vero, son stato un animale;

Ché dovea maritarla sino dal primo .

Ma la signora moglie...

PET.

Orsù, basta così. (a don Policarpio)

Cavalieri, vi aspetto alla conversazione.

Non avrem quest'impiccio.

DUCA

Con vostra permissione.

Vi stimo, vi protesto tutti gli ossequi miei;

Ma se ho da dirvi il vero, io ci venia per lei.

PET.

E me lo dite in faccia?

CAV.

Il Duca è un uom sincero,

E anch'io, perché son tale, vo' palesarvi il vero.

Mi piacea donna Barbara, e se mel permettete,

Lascio d'incomodarvi.

PET.

Al diavol quanti siete. (parte)

POL.

(Da galantuom ci ho gusto, e lo so io il perché;

Farà per l'avvenire conversazion con me). (da sé)

BAR.

Signor, se il concedete, vorrei dirvi una cosa.

POL.

Dite quel che volete.

BAR.

Sapete ch'io son sposa.

POL.

Sì, le vostre prodezze sono abbastanza note.

BAR.

Se non andaste in collera, vi direi della dote.

POL.

No, non vi faccio un torto. Quello che ho destinato,

Benché nol meritate, un vi sarà dato.

BAR.

Tanta bontà non merita, è ver, una figliuola

Che al suo dover mancando...

MAR.

Signora, una parola.

BAR.

Che cosa vuoi, Mariano?

MAR.

La vostra tabacchiera

Invece di Mariano l'avrà la cameriera?

Ed io, povero diavolo, sarò sì mal trattato?

BAR.

È giusto che ti vegga tu pur ricompensato.

Da te conosco in parte la mia felicità.

Ecco dieci zecchini. (gli vuol dar una borsa)

LIS.

Signora, date qua. (leva la borsa di mano a donna Barbara)

Non vo' ch'egli mi creda di un animoavaro.

Gli do la tabacchiera, ed io terrò il danaro.

MAR.

Bella finezza in vero!

POL.

Ah schiuma di bricconi!

Fuori di casa mia, nemici dei padroni.

BAR.

Signor, per dir il vero, sgridate con ragione.

Ho fatto quel che ho fatto, ancor per sua cagione.

Io non avrei ardito di unirmi ad un consorte,

Se Marian non l'avesse condotto in queste porte.

Dopo l'error commesso, dopo quel passo audace,

Studiai per non scoprirlo di rendermi sagace.

La mia sagacitade so che non merta lode;

L'onestà, la prudenza, nemica è della frode.

Delle mie debolezze, degli error miei mi pento,

Domando al padre mio novel compatimento;

E lo domando a tutti, e con umil rispetto

Del pubblico perdono un contrassegno aspetto.

 

Fine della Commedia.

 

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