Carlo Goldoni
La donna stravagante

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

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ATTO PRIMO

 

 

 

SCENA PRIMA

 

Camera di don Riccardo con tavolino, sedie e lumi.

 

Don Riccardo sedendo al tavolino, e Cecchino.

 

RIC.

Ehi!

CEC.

Signore.

RIC.

Dal cielo sparita è ancor l'aurora?

CEC.

No, mio signore, il sole non è ben sorto ancora.

RIC.

Che hai, che sonnacchioso mi sembri oltre il costume?

T'avvezzai da bambino a sorgere col lume;

Ora che coll'etade in te la ragion cresce,

Lasciar le oziose piume sollecito t'incresce?

Figlio, che con tal nome, quantunque servo, io chiamo

Te giovane discreto, che hommi educato ed amo,

Questa sollecitudine, che coll'esempio insegno,

Rende più pronti gli uomini all'opre dell'ingegno;

E se cangiare aspiri in meglio un la sorte,

Odia il soverchio sonno, ch'è fratel della morte.

CEC.

Con voi di buon mattino, sorger, signor, non peno;

Bastami che la notte possa dormire almeno.

RIC.

E chi è che t'impedisca la notte il tuo riposo?

CEC.

Ve lo direi, signore, ma favellar non oso.

RIC.

Sento rumore in camera di donna Livia. È desta?

CEC.

Oh sì, signor; passeggia.

RIC.

Che stravaganza è questa?

Ella che il mezzogiorno udir nel letto suole,

Perché sorger stamane prima che spunti il sole?

CEC.

Dirò, signor padrone, la padroncina è alzata,

Perché (glielo confido) non s'è ancor coricata.

RIC.

Come! la notte intera passò senza riposo?

CEC.

Pur troppo, e son per questo lasso anch'io sonnacchioso.

RIC.

Parla; a me si può dirlo, a me deono esser note

Le cure che molestano il cuor della nipote.

CEC.

Ma se lo sa ch'io il dica, misero me! Provate

Più volte ho sul mio viso le mani indiavolate.

RIC.

Non ardirà toccarti, se sei da me protetto.

CEC.

Voi la terrete in freno?

RIC.

Parla; te lo prometto.

CEC.

Nasca quel che sa nascere, dover parmi, e ragione

Ch'io parli, ed obbediscadocile padrone.

Sono due notti intere, che la padrona mia

Non dorme, e vuol ch'io vegli con essa in compagnia.

RIC.

Per qual ragion due notti star donna Livia alzata?

CEC.

Perché?...

RIC.

Franco ragiona.

CEC.

Meschina! è innamorata.

RIC.

Di chi?

CEC.

Di don Rinaldo.

RIC.

M'è noto il cavaliere.

Ha sentimenti onesti; conosce il suo dovere.

Perché mai di soppiatto venir di notte oscura,

Per favellar con Livia d'intorno a queste mura?

Avrebbelo introdotto? Ah, i miei sospetti accresco.

CEC.

Non signor, lo ha lasciato tutta la notte al fresco.

RIC.

Come fu? perché venne? non mi tener celato...

CEC.

Non parlerò, signore, se vi mostrate irato.

RIC.

Calmo gli sdegni miei. Quel che tu sai, mi narra.

CEC.

Sentite l'istoriella, che sembrami bizzarra;

E dite fra voi stesso, se dar puossi un'amante

Che sia più capricciosa, che sia più stravagante.

Sembra per don Rinaldo che amor la tenga in pena;

Quando da noi sen viene, guardalo in viso appena.

Se ragionar con altra lo vede, entra in sospetto;

Con altri in faccia sua fa i vezzi a suo dispetto.

Se vien, par che lo fugga; quando non vien, l'invita;

E son parecchi mesi che suol far questa vita.

Mandò l'altr'ieri a dirgli, che a lei fosse venuto

Sotto il balcon di notte, venirvi ei fu veduto.

Lo lasciò prender l'aria tutta la notte intera;

Dissegli poi sull'alba: Addio, domani a sera.

Chiuse la sua finestra, ed ei mortificato

Partì, ma la seguente notte è a lei ritornato.

Fece la scena istessa, godendo i suoi deliri,

Di lui prendendo a gioco le smanie ed i sospiri.

Ma stanco il Cavaliere, ed agghiacciato morto

Partissi, alto gridando: Non merto un simil torto.

Ella aprì le finestre, lo vide a lei distante,

E dissegli: Indiscreto, più non venirmi innante.

Tornò l'appassionato, e a lui la crudelaccia

Per ricompensa allora chiuse il balcone in faccia.

Irata, furibonda, a passeggiar si pose,

Pianse, sfogò lo sdegno, disse orribili cose;

In compagnia mi volle de' suoi deliri ardenti,

Presemi la berretta, me la stracciò coi denti,

Mi diede uno sgrugnone, cadei sovra uno specchio;

Dissemi maladetto, e mi tirò un orecchio.

CEC.

Sentite l'istoriella, che sembrami bizzarra;

E dite fra voi stesso, se dar puossi un'amante

Che sia più capricciosa, che sia più stravagante.

Sembra per don Rinaldo che amor la tenga in pena;

Quando da noi sen viene, guardalo in viso appena.

Se ragionar con altra lo vede, entra in sospetto;

Con altri in faccia sua fa i vezzi a suo dispetto.

Se vien, par che lo fugga; quando non vien, l'invita;

E son parecchi mesi che suol far questa vita.

Mandò l'altr'ieri a dirgli, che a lei fosse venuto

Sotto il balcon di notte, venirvi ei fu veduto.

Lo lasciò prender l'aria tutta la notte intera;

Dissegli poi sull'alba. Addio, domani a sera.

Chiuse la sua finestra, ed ei mortificato

Partì, ma la seguente notte è a lei ritornato.

Fece la scena istessa, godendo i suoi deliri,

Di lui prendendo a gioco le smanie ed i sospiri.

Ma stanco il Cavaliere, ed agghiacciato morto

Partissi, alto gridando. Non merto un simil torto.

Ella aprì le finestre, lo vide a lei distante,

E dissegli. Indiscreto, più non venirmi innante.

Tornò l'appassionato, e a lui la crudelaccia

Per ricompensa allora chiuse il balcone in faccia.

Irata, furibonda, a passeggiar si pose,

Pianse, sfogò lo sdegno, disse orribili cose;

In compagnia mi volle de' suoi deliri ardenti,

Presemi la berretta, me la stracciò coi denti,

Mi diede uno sgrugnone, cadei sovra uno specchio;

Dissemi maladetto, e mi tirò un orecchio.

 

 

 

RIC.

Ah! donna Livia è tale, che da pensar mi diede

Fin da quel ch'io fui del di lei padre erede.

Tolsemi il buon germano giovine ancor la morte,

E il fren di due nipoti diedemi in man la sorte.

L'una è docile, umana, ch'è la minor; ma strana,

Ma fantastica è troppo l'altra maggior germana.

Frattanto che sfogavasi quel labbro furibondo,

Che facea donna Rosa?

 

 

 

CEC.

Vengo al tomo secondo.

La giovane allo strepito si desta immantinente;

S'alza, e al balcone affacciasi, dove il rumor si sente.

La trova donna Livia, la fa partir sdegnosa,

Entrandole nel capo nuova pazzia gelosa.

Crede con fondamento, cui sostener non vale,

Aver nella germana scoperta una rivale.

Scommetterei la testa, che falso è il suo sospetto.

 

 

 

RIC.

Deh, non le guasti almeno suorastrana il petto!

E tu se al mal esempio presente esser ti vuole,

A condannarlo apprendi, non a seguir sue fole.

Venga a me donna Livia. Vo' ragionar con lei.

 

 

 

CEC.

Sentirmi l'altra orecchia stirar io non vorrei.

 

 

 

RIC.

Non ardirà di farlo. Vanne, obbedisci.

 

 

 

CEC.

Andrò.

S'ella vorrà toccarmi, son lesto, fuggirò.

Vuol che si spenga il lume? Il sol coi raggi suoi

A illuminar principia.

 

 

 

RIC.

Sì, spegnere lo puoi.

 

 

 

CEC.

Andrò, se mi è permesso, a riposare un poco.

 

 

 

RIC.

È giusto.

 

 

 

CEC.

Ma una visita prima vo' fare al cuoco.

 

 

 

RIC.

Sappia pria donna Livia da te, ch'io qui l'aspetto.

 

 

 

CEC.

E s'io la ritrovassi cacciatasi nel letto?

 

 

 

RIC.

A quest'ora?

 

 

 

CEC.

A quest'ora. Ne ha fatto di più belle.

Quante volte si è alzata, che ancor lucean le stelle!

Quant'altre a mezzo il giorno, ovver di prima sera,

Per irsene a dormire chiamò la cameriera!

Ha una testa, che certo può dirsi originale;

Fa quel che far le piace, non per far bene o male.

Varian di giorno in giorno i suoi pensier più strani;

Suole quel che oggi ha fatto, disapprovar domani.

Se tante e tante donne son tocche dall'insania,

Questa delle fantastiche può dirsi capitania. (parte)

 

 

 

 

 

 


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