Carlo Goldoni
La donna stravagante

ATTO TERZO

SCENA SETTIMA

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SCENA SETTIMA

 

Donna Livia e Cecchino.

 

LIV.

Chi ti diè questo foglio? (a Cecchino)

CEC.

Mel diede don Rinaldo.

LIV.

Disseti nulla in voce?

CEC.

Nulla.

LIV.

Oimè! mi vien caldo.

Apri quella finestra, e non tornar fin tanto

Che qui non ti richiami.

CEC.

(Oh oh, vi è del mal tanto). (si ritira)

LIV.

Indegnissimo foglio! perfido chi ti ha impresso!

Cento insulti ha sofferti, e si risente adesso?

Dopo il perdon ch'ei m'ebbe richiesto, ed ottenuto

Per più leggiera offesaindocile è venuto?

Leggiamole di nuovo queste superbe note:

Ah, di rossor nel leggerle si tingono le gote.

Io soffrirò che tale un amator mi scriva?

Da me ottener non speri perdono infin ch'io viva.

Signora. L'idol suo più non mi chiama? indegno!

Della signora aspettati a tollerar lo sdegno.

Signora. A tollerarvi son da lung'uso avvezzo,

Ma giunse ad istancarmi quest'ultimo disprezzo.

Che dissi mai stamane, che fosse oltre l'usato?

Ah sì, l'aspra catena cangiar l'ho provocato.

Ma ch'io da scherzo il dissi, non s'avvisò lo stolto?

Ah, che trascorre il labbro, allor che parla molto!

S'egli da me tornasse, direi che tal non fu...

Ma che da me non torni; non vo' vederlo più. (adirata, poi sospira)

Trovate altri che sappia meglio di me soffrire.

Io, pria di più vedervi, mi eleggo di morire.

Morrà, se non mi vede. Ma vuol morir, protesta.

Eh, di sdegnato amante solita frase è questa.

Ritornerà, son certa; amor vince l'orgoglio;

Ma torni pur l'ingrato, più rimirar nol voglio. (adirata, poi sospira)

Lo dissi a don Riccardo. Giurai sull'onor mio.

Recavi questo foglio un sempiterno addio.

Questo è troppo. (siede) Narrarlo a don Riccardo istesso?

Debolezza da stolto, indegna del suo sesso.

Di me che dirà il zio? che dirà il mondo tutto?

Ah, delle mie stranezze ecco alla fine il frutto.

Cecchino.

LIV.

Indegnissimo foglio! perfido chi ti ha impresso!

Cento insulti ha sofferti, e si risente adesso?

Dopo il perdon ch'ei m'ebbe richiesto, ed ottenuto

Per più leggiera offesaindocile è venuto?

Leggiamole di nuovo queste superbe note.

Ah, di rossor nel leggerle si tingono le gote.

Io soffrirò che tale un amator mi scriva?

Da me ottener non speri perdono infin ch'io viva.

Signora. L'idol suo più non mi chiama? indegno!

Della signora aspettati a tollerar lo sdegno.

Signora. A tollerarvi son da lung'uso avvezzo,

Ma giunse ad istancarmi quest'ultimo disprezzo.

Che dissi mai stamane, che fosse oltre l'usato?

Ah sì, l'aspra catena cangiar l'ho provocato.

Ma ch'io da scherzo il dissi, non s'avvisò lo stolto?

Ah, che trascorre il labbro, allor che parla molto!

S'egli da me tornasse, direi che tal non fu...

Ma che da me non torni; non vo' vederlo più. (adirata, poi sospira)

Trovate altri che sappia meglio di me soffrire.

Io, pria di più vedervi, mi eleggo di morire.

Morrà, se non mi vede. Ma vuol morir, protesta.

Eh, di sdegnato amante solita frase è questa.

Ritornerà, son certa; amor vince l'orgoglio;

Ma torni pur l'ingrato, più rimirar nol voglio. (adirata, poi sospira)

Lo dissi a don Riccardo. Giurai sull'onor mio.

Recavi questo foglio un sempiterno addio.

Questo è troppo. (siede) Narrarlo a don Riccardo istesso?

Debolezza da stolto, indegna del suo sesso.

Di me che dirà il zio? che dirà il mondo tutto?

Ah, delle mie stranezze ecco alla fine il frutto.

Cecchino.

 

 

 

CEC.

Mia signora.

 

 

 

LIV.

Don Rinaldo dov'è?

 

 

 

CEC.

Non lo saprei davvero.

 

 

 

LIV.

Voglio un piacer da te...

 

 

 

CEC.

Mi comandi.

 

 

 

LIV.

Va tosto girando la città...

Guarda un po' s'egli fosse sotto al balcon. Chi sa?

 

 

 

CEC.

Non crederei, signora.

 

 

 

LIV.

Perché?

 

 

 

CEC.

Perché sdegnato,

Allor che alle mie mani quel foglio ha consegnato,

Dissemi: Del mio duolo abbi pietà ancor tu;

Non mi vedrai, Cecchino, non mi vedrai mai più.

CEC.

Perché sdegnato,

Allor che alle mie mani quel foglio ha consegnato,

Dissemi. Del mio duolo abbi pietà ancor tu;

Non mi vedrai, Cecchino, non mi vedrai mai più.

 

 

 

LIV.

Questo di più a te disse, e a me lo taci, indegno? (s'alza)

Ah, merti ch'io principii sfogar teco il mio sdegno.

 

 

 

CEC.

Non me lo ricordava. (forte ritirandosi)

 

 

 

LIV.

Accostati.

 

 

 

CEC.

Ho timore.

 

 

 

LIV.

Vieni qui.

 

 

 

CEC.

Dell'orecchio mi pizzica il bruciore.

 

 

 

LIV.

Recami il calamaio. Scrivere io voglio.

 

 

 

CEC.

Subito.

Sana quest'altra orecchia non conservare io dubito. (va a prendere da scrivere)

 

 

 

LIV.

Mi avvilirò a tal segno? gli scriverò? si faccia;

Ma il foglio mio contenga un'onta, una minaccia.

E poi se più s'irrita? Eh, non potrà durarla.

Se vede una mia carta, son certa, ha da baciarla.

 

 

 

CEC.

Ecco qui l'occorrente.

 

 

 

LIV.

Non ti partire.

 

 

 

CEC.

Aspetto.

 

 

 

LIV.

Ho cento dubbi in cuore; ho delle smanie in petto.

Vorrei, e non vorrei. Son di consiglio priva.

Ora spero, or pavento. Risoluzion: si scriva. (siede)

Perfido!

LIV.

Ho cento dubbi in cuore; ho delle smanie in petto.

Vorrei, e non vorrei. Son di consiglio priva.

Ora spero, or pavento. Risoluzion. si scriva. (siede)

Perfido!

 

 

 

CEC.

(Eh, bel principio!)

 

 

 

LIV.

Ah, si moderi il caldo. (straccia il foglio)

Ma l'onor si sostenga. Scrivasi: Don Rinaldo.

Nuovo linguaggio e strano giunse al cuor mio nel foglio,

Che di dolore empiendomi... Non sappia il mio cordoglio. (straccia la carta)

LIV.

Ah, si moderi il caldo. (straccia il foglio)

Ma l'onor si sostenga. Scrivasi. Don Rinaldo.

Nuovo linguaggio e strano giunse al cuor mio nel foglio,

Che di dolore empiendomi... Non sappia il mio cordoglio. (straccia la carta)

 

 

 

CEC.

(Ho inteso. Donna Livia or or farà ch'io parta,

Dieci quinterni almeno a provveder di carta). (da sé)

 

 

 

LIV.

Don Rinaldo, stupisco che un tal linguaggio nuovo

Giunga a me d'improvviso... I termini non trovo.

 

 

 

 

 

 


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