Carlo Goldoni
La donna stravagante

ATTO QUINTO

SCENA DECIMA

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SCENA DECIMA

 

Donna Livia e detti.

 

LIV.

Signor, chiedo perdono; è ver che donna Rosa

Collocata col principe sarà di Selva Ombrosa?

RIC.

D'una cessione vostra si è fatto uso migliore.

LIV.

La mia cession verbale la rivocai, signore.

RIC.

Non la cession mi calse da voi fatta coi detti

Ma quella che solenne faceste cogli effetti;

Mostrandovi in amore irrisoluta e strana,

Il dritto delle nozze cedeste alla germana.

LIV.

Abbia l'illustre sposa di principessa il nome;

Cinga, se non le basta, coronisi le chiome;

Venga l'eroe sublime, cui la superba ostenta;

Chi sa? quand'io gli parli, può darsi ch'ei si penta.

RIC.

Non si vedrà lo sposo entrar fra queste porte,

Prima che donna Livia non passi a miglior sorte.

LIV.

Ma qual destin, signore, si pensa procacciarmi?

RIC.

Un ritiro.

LIV.

Un ritiro? si crede spaventarmi?

Sì, vi anderò contenta, perciò non mi confondo.

Darò un addio per sempre alla famiglia, al mondo.

Fate che almen sia tale, come lo bramo ardente:

Non veggami più mai né amica, né parente.

Lungi dalle lusinghe, e dalle cure insane,

Bastami i brevi giorni nutrir con poco pane.

Datemi un foglio adesso, rinunzio alla germana

Quanto di bene ho al mondo. Mandatemi lontana;

Onde di me non giunga dal mio felice nido,

Dove vivrò contenta, memoria a questo lido.

LIV.

Un ritiro? si crede spaventarmi?

Sì, vi anderò contenta, perciò non mi confondo.

Darò un addio per sempre alla famiglia, al mondo.

Fate che almen sia tale, come lo bramo ardente.

Non veggami più mai né amica, né parente.

Lungi dalle lusinghe, e dalle cure insane,

Bastami i brevi giorni nutrir con poco pane.

Datemi un foglio adesso, rinunzio alla germana

Quanto di bene ho al mondo. Mandatemi lontana;

Onde di me non giunga dal mio felice nido,

Dove vivrò contenta, memoria a questo lido.

 

 

 

RIC.

(O delira, o s'infinge). (da sé)

 

 

 

ROSA

Che favellare è il vostro?

 

 

 

LIV.

Quel che nell'alma ho fisso, sinceramente io mostro.

Non crediate ch'io finga. Conosco il mio talento.

Pace aver qui non spera il mio temperamento.

Son fiera, intollerante, da mille smanie oppressa;

Talor, ve lo confesso, abborrirei me stessa.

Chi ha da soffrir tal peso? megli'è che sola io viva;

Stabile sarò sempre, se di variar son priva.

Signor, deh permettete...

 

 

 

RIC.

Qual cangiamento strano!

 

 

 

LIV.

Non mi mortificate; porgetemi la mano.

 

 

 

RIC.

Ma come mai?...

 

 

 

LIV.

Vi prego. L'ultimo dono è questo,

Che la nipote or chiede a un cavaliere onesto.

 

 

 

RIC.

Son fuor di me. Tenete, per compiacervi.

 

 

 

LIV.

Imprima

Su questa mano i segni il cuor della sua stima;

Grazie per me vi renda, per il paterno zelo

Onde voi mi soffriste, grazie vi renda il cielo.

Germana, ogni passato livor si spenga e taccia,

Col cuor vi bacio in viso; vi stringo alle mie braccia.

 

 

 

ROSA

(Le lagrime davvero mi fa cader dagli occhi). (da sé)

 

 

 

RIC.

(Ancor dubito e temo che finga, e m'infinocchi). (da sé)

Nipote, io sperar voglio, che di virtude un raggio

Scenda nel vostro cuore a renderlo più saggio.

Godrò, che rassegnata al cielo ed alla sorte,

Non vi rincresca o pesi l'andar tra ferree porte.

Ma sia finto o sincero il labbro, il cuore, il guardo,

È già il destin fissato, ed il pensarvi è tardo. (parte)

 

 

 

 

 

 


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