Carlo Goldoni
Torquato Tasso

ATTO SECONDO

SCENA QUARTA

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SCENA QUARTA

 

Torquato, poi Eleonora.

 

TOR.

Costei, che or viene a caso, giovi ai disegni miei,

Credasi che i miei carmi favellino di lei.

Ma io del mondo in faccia m'avvilirò a tal segno?

Anche all'onor del cuore provvederà l'ingegno.

ELE.

Serva, signor Torquato.

TOR.

Buondì, Eleonora bella.

ELE.

Bella a me?

TOR.

Bella a voi.

ELE.

Signor, io non son quella.

Tutto il bello ch'io vanto, è d'Eleonora il nome

Ma non ho, come l'altre, bel viso e belle chiome.

Di signoria mi manca il prezioso onore,

Solo vantar mi posso di schiettezza di cuore;

Onde, se non per altro, almeno pel cuor mio

Degna di quattro versi potrei essere anch'io.

TOR.

(Don Gherardo indiscreto! Del madrigale è intesa). (da sé.)

ELE.

(D'esser un po' lodata proprio mi sento accesa). (da sé.)

TOR.

A queste stanze mie qual motivo vi guida?

ELE.

Una question si brama, che da voi si decida.

Un certo madrigale parla d'Eleonora:

Alcuno alla Marchesa l'applica, mia signora;

Alcun di don Gherardo alla consorte: ognuna

D'esser da voi stimata aspira alla fortuna;

E mandanmi da voi entrambe in confidenza,

A rilevar, se posso, l'arcano e la sentenza.

TOR.

Quel che nel sen racchiudo, non spiego con parole.

Dite alle due Eleonore, ch'elleno non son sole.

ELE.

È ver, di cotal nome ve ne son altre ancora.

Per esempio, ancor io ho il nome d'Eleonora...

Ma da metter non sono in paragon di quelle.

TOR.

Gli occhi dell'uom son quelli che fan le donne belle.

L'amor, la tenerezza, il cuor d'affetti pregno,

Può far qualunque oggetto meritevole e degno.

Tutti siam d'una pasta, ed è mero accidente

Che una sia la padrona, e l'altra la servente.

ELE.

È vero, è un accidente ch'io sia a servir costretta.

Nata son cittadina; mio padre era cornetta.

E a quel che dir intesi, mia madre, se non fallo,

Era di Magnavacca, o di Bagnacavallo.

M'hanno allevato sempre con tutta civiltà;

Mia madre praticava il fior di nobiltà;

E s'ella non moriva da certo mal di gola,

Avrei fatto fortuna sotto la di lei scuola.

TOR.

Forse da miglior sorte non siete assai lontana.

ELE.

Se viveva mia madre, io sarei cortigiana.

Chi sa che non avessi in questa Corte anch'io

Un marito onorato, qual era il padre mio?

Era da tutti amato. Facean finezze ognora

A lui, alla consorte e alla figliuola ancora.

TOR.

(Scorgesi l'ignoranza). (da sé.) Restino i morti in pace;

Voi potrete finezze aver quante vi piace.

ELE.

Da chi?

TOR.

Da chi s'appaga del buon che in voi avete.

ELE.

Dite: son miei quei versi?

TOR.

Vostri son, se volete.

ELE.

Capperi, chi potrebbe ricusare un tal dono?

Sono versi amorosi.

TOR.

Ma in quelli io non ragiono.

ELE.

Chi dunque?

TOR.

Tirsi parla; Tirsi, ignoto pastore.

ELE.

Eh, che voi siete Tirsi.

TOR.

Chi ve lo dice?

ELE.

Il cuore.

Così quella foss'io, che il pastorello adora.

TOR.

Lo può sperar chi il merta.

ELE.

Chi lo merta?

TOR.

Eleonora. (parte.)

 

 

 


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