Carlo Goldoni
Torquato Tasso

ATTO QUARTO

SCENA OTTAVA

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SCENA OTTAVA

 

Eleonora e detti.

 

ELE.

Signor... (a Torquato.)

TOM.

Chi è sta signora? (a Torquato.)

TOR.

Serva della Marchesa e chiamasi Eleonora.

TOM.

Eleonora anca ela? Xelo un nome alla moda?

El xe un casetto bello; lassè che me lo goda.

In t'un palazzo istesso tre nomi stravaganti?

No parla una panchiana sul stil dei commedianti?

Sta cossa se in commedia, se in scena mi la vedo,

Digo l'autor xe matto, no pol star, no lo credo.

ELE.

Badate a me, signore, son venuta a avvisarvi:

Dal Duca e don Gherardo sentito ho a nominarvi.

Il Cavalier del Fiocco qual mantice soffiava,

Don Gherardo rideva, e 'l Duca minacciava;

E questo finalmente, per i sospetti suoi,

Parlava di vendetta, l'avea contro di voi.

TOR.

Misero me! fia vero che sospettar ei possa

Di me, della mia fede?

TOM.

Credo saver qualcossa.

TOR.

Ditelo, per pietade; lasciate ogni riguardo.

TOM.

El mal l'avemo fatto intra mi e don Gherardo.

TOR.

Come?

TOM.

Un cert'accidente, certe parole a caso,

Che amessi la Marchesa tutti do ha persuaso.

E lu, che l'è curioso pezo de una pettegola,

Che rason, che prudenza nol gh'ha gnanca una fregola,

L'è andà presto dal Duca; sa el ciel cossa l'ha fato,

Sa el ciel cossa l'ha dito!

TOR.

Ahimè, son rovinato!

TOM.

Gnente; vegnì a Venezia, e la sarà fenia.

ELE.

Non signore: Torquato non ha da venir via.

TOM.

No? per cossa?

ELE.

Perché l'affanno è inconcludente:

Il mal che gli sovrasta, si medica con niente.

TOM.

Via mo, da brava!

ELE.

Udite, presto v'insegno il come.

Accese il van sospetto l'equivoco del nome;

Basta ei vada dal Duca, e dica a aperta ciera:

Non amo la padrona, amo la cameriera.

TOM.

Bravo! adesso ho capio. L'idea no me despiase.

Cossa diseu, compare?

ELE.

Cosa risponde?

TOM.

El tase.

ELE.

Ben, chi tace conferma. Intendere si può.

TOM.

Confermeu la sentenza? semio d'accordo? (a Torquato.)

TOR.

No.

TOM.

Aveu sentio? (ad Eleonora.)

ELE.

L'ho inteso. (mortificata.)

TOM.

Via, no ve vergognè.

Pur troppo de sti casi al mondo ghe ne xe. (ad Eleonora.)

Quel che xe stà, xe stà: fenirla un bisogna;

Quando el mal se cognosse, prencipia la vergogna.

Fina che semo in tempo, se podè, remedieghe.

A sta povera putta quei do versi diseghe:

Sarò tuo cavalier quanto concede

La guerra d'Asia, e coll'onor la fede.

ELE.

Dunque di me si burla, dunque mi sprezza ingrato?

Io non credea mendace il labbro di Torquato.

È ver ch'ei non mi disse: ardo per voi d'amore;

Ma tal speranza almeno fe' ch'io nutrissi in cuore.

Dovea parlar più chiaro al cuor d'una donzella,

Dir doveva: Eleonora tu sei, ma non sei quella.

Delusa, scorbacchiata, me n'ho per male assai;

Quando mi fanno un torto, non me ne scordo mai.

Non sono una Marchesa, ma alfine son chi sono:

Me l'ho legata al dito, mai più gliela perdono. (parte.)

 

 

 


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