Carlo Goldoni
Terenzio

ATTO PRIMO

SCENA TERZA

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SCENA TERZA

 

Lelio, poi Terenzio.

 

LEL.

Anche fra' padri eccelsi vibra Cupido i strali.

Sono agli eroi non meno che agl'infimi fatali.

Etade non rispetta, grado, virtù, valore,

Il vincitor de' numi micidiale Amore.

TER.

Signor, qual uom che pende da oracolo divino,

Tal io da' labbri tuoi attendo il mio destino.

Qual si mostrò Lucano delle mie brame al volo?

LEL.

Libero sei, se 'l chiedi; ma senza sposa, e solo.

TER.

La grazia dimezzata rende mal pago il cuore;

Peggio, delle due parti se perdesi il migliore.

Amo la libertade, amo la donna bella,

Ma questa delle due mi piace più di quella;

Onde, se a me si nega ciò che quest'alma adora,

Sa ricusar Terenzio la libertade ancora.

LEL.

Perdere un sì bel dono per lei non ti consiglio,

Che può, dopo il tuo bene, formare il tuo periglio.

TER.

Lelio, di tai concetti piene ho le carte anch'io,

Ma in ciò dalla mia penna discorda il desir mio.

Insite per natura son le passioni al cuore,

Non vagliono ragioni per vincere l'amore.

Nella commedia a cui il titolo Formione,

Anch'io sgridai l'amore del giovane Antifone,

Ma allor che la morale spargea su' fogli miei,

Se gli occhi di soppiatto miravo di colei,

Dicea: Tu sei pur bella, amabile Creusa!

E al cuor del figlio amante mi suggeria la scusa.

LEL.

Ma che far vuoi, se invano a chiederla ritorni?

TER.

Soffrir nostre catene ancor per pochi giorni.

LEL.

Per pochi giorni? E come discioglierai quel nodo?...

TER.

Eh, san trovar di sciorlo l'anime franche il modo.

LEL.

Troncar colla tua mano vuoi della vita il velo?

TER.

No; serbar vo' la vita, finché la serba il cielo.

Hassi a morir, gli è vero, ed è fin d'ogni male

Sollecita anche troppo la morte naturale.

Spero troncar il laccio, in cui da noi si langue,

Con arte, con ingegno, non colle stragi e il sangue.

Folle è colui che affretta suo fin colla sua mano:

In altro mi uniformo; in ciò non son Romano.

La virtù dell'eroe credo consista in questo:

Nel tollerar costante il suo destin funesto.

Morir per l'onor suo, morir pel suo paese,

È nobile che le grand'alme accese;

Ma sprezzan l'alme forti della fortuna il gioco:

Vile è colui che morte si per così poco.

LEL.

Vivi per comun bene, vivi per gloria nostra;

Ma per tua libertate men tiepido ti mostra.

Per me, pel tuo Scipione, nostro comune amico,

Per gli edili di Roma a pro tuo m'affatico.

Deh, l'opera di tanti struggere non ti piaccia;

Lavinio, il tuo nemico, più non ti rida in faccia.

Non vaglia sulle scene al detrattore insano

Il dir: Terenzio è schiavo; Romani, io son Romano.

Al popol, che s'appaga di facile ragione,

Con questo nome in bocca il tuo rivale impone.

TER.

Vanti Lavinio audace di cittadino il nome;

Per questo non isperi i lauri alle sue chiome.

Scrivo all'età presente, scrivo all'età future;

Dell'opere si parli, e non delle avventure.

Che se parlar di queste s'avesse al mondo in faccia,

Siam conosciuti entrambi; buon per lui che si taccia.

LEL.

Dunque...

TER.

Colei che m'arde, ecco mi viene innante.

Mira, se merta meno l'amabile sembiante.

LEL.

Vaga è, nol nego.

TER.

Io gioco, che se ti fissi in lei,

Ti fa invidiare Amore perfino i lacci miei.

LEL.

Compiango le tue fiamme, compiango la tua stella.

Pensa, risolvi, addio. (Lo compatisco, è bella). (da sé, e parte)

 

 

 


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