Carlo Goldoni
Terenzio

ATTO SECONDO

SCENA QUARTA

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SCENA QUARTA

 

Lucano, poi Creusa.

 

LUC.

Manometter lo schiavo parmi il miglior consiglio;

Grato mi rendo a Roma, si evita il mio periglio.

Potrei costui, che forma finora il mio diletto,

Vittima, per vendetta, ridur del mio dispetto,

Ché alfin merita, e suda, e acquista fama invano

Chi può, per sua sventura, spiacere ad un Romano;

E a noi de' servi nostri in mano diè la sorte

L'arbitrio della vita, l'arbitrio della morte...

Ma con costei che or viene, dimessa nel sembiante,

Parlar vo' da signore, nascondere l'amante.

E se giovar non vale pietà col cuore ingrato,

Faccia il rigor sue prove; rendalo umiliato.

CRE.

Eccomi a cenni tuoi.

LUC.

Dove finor Creusa?

CRE.

Al ricamo.

LUC.

Tu menti.

CRE.

Mentir per me non s'usa.

LUC.

Usar non lo dovresti, ma sei Greca mendace.

CRE.

Al signor non rispondo.

LUC.

(Umiltà quanto piace!) (da sé.)

CRE.

(Dei della patria mia, che anche sul Tebro ho in cuore,

Di Grecia a voi s'aspetta difendere l'onore). (da sé.)

LUC.

Stavi al ricamo intenta! E che facea 'l tuo vago

Teco, allor che la tela passata era dall'ago?

CRE.

Signor, di chi favelli?

LUC.

Non intendermi fingi:

Ma le pupille abbassi, ma di rossor ti tingi.

CRE.

(Ahimè! quali disastri minaccia la mia stella?) (da sé.)

LUC.

(Ah, invan tento sdegnarmi in faccia alla mia bella). (da sé.)

Creusa, ti sovviene chi tu sei, chi son io?

CRE.

Di te son io l'ancella, Lucano è il signor mio.

Roma te diede al mondo, e la mia patria è Atene:

Tu sei nato agli onori, Creusa alle catene.

Viltà però degli avi nell'alma non mi aggrava:

Libera in Grecia nacqui, la sorte mi fe' schiava.

Tra' Siculi infelici dal genitor condutta,

Mirai dall'armi vostre quell'isola distrutta:

All'aquile fatali, al popolo Romano,

Fra l'armi il padre mio fe' resistenza invano;

Vuole il destin, che a Roma tutto s'arrenda e ceda:

Ei fu preda di morte, io d'un guerrier fui preda.

Questi a vecchio mercante hammi, crudel, venduta;

Indi a te dal mercante offerta e rivenduta.

Bella pietà finora dolce mi rese il giogo;

Le lacrime in secreto concesse per mio sfogo:

E in avvenir, signore, per tua mercede io spero

Prove goder maggiori di dolcissimo impero:

Che se scacciar dal cuore non posso i patri lari,

Almeno i dei di Roma mi rendano più cari.

LUC.

Onora i lacci tuoi l'alma città latina,

De' popoli l'asilo, del mondo la reina;

E un senator Romano, di cui cadesti in sorte,

Fa belle d'una Greca le docili ritorte.

Un lustro egli è che meco sei per mio ben venuta,

In merto ed in bellezza, come in età, cresciuta;

Vedi qual io son teco. Non esser aspra e schiva.

Gratitudine è quella che gli animi ravviva.

Fammi veder che meglio la pietà mia comprendi,

E della mia pietade prove maggiori attendi.

CRE.

Fui sempre a' cenni tuoi obbediente ancella.

LUC.

D'obbedienza chiedo una prova novella.

CRE.

Quale, signor?

LUC.

Che mi ami.

CRE.

Dal cuor nasce l'affetto.

Obbliga servitute nulla più che al rispetto.

LUC.

Dunque m'aborri, ingrata?

CRE.

Il mio rispetto osserva

Le leggi d'una schiava, il dover d'una serva.

LUC.

Serva, soggetta e schiava all'arbitro, al signore,

Prestar dee servitute, e se 'l richiede, amore.

CRE.

Amore è larga fonte, divisa in più d'un ramo;

Amasi in varie guise, in una sola io t'amo.

Amano i figli il padre, l'amico ama l'amico,

Padron s'ama dai servi, e questo è amor pudico.

Da fiamma contumace, che l'onestade eccede,

Schiava fra' lacci ancora esente andar si crede.

LUC.

No, se per lei vezzosa il suo signor sospira.

CRE.

A nozze tali in Roma un eroe non aspira.

LUC.

Ad altro aspirar puote, quando l'amor l'accieca.

CRE.

Offender l'onestade non consente una Greca.

LUC.

De' Romani la legge te dallo scorno esime.

CRE.

Le leggi d'onestade di Romolo fur prime.

LUC.

Quelle che Roma approva, deon reputarsi oneste.

CRE.

Quelle che in Grecia appresi, signor, non sono queste.

LUC.

In Grecia or più non sei, ma in Roma, e fra catene.

CRE.

Il piè strascino in Roma, ma il cuor serbo in Atene.

LUC.

Posso veder s'è vero, col trartelo dal petto.

CRE.

Fallo pur se t'aggrada; la morte è il mio diletto.

LUC.

Il tuo diletto, ingrata, morte non è, ma vita,

Che invan goder tu speri col tuo Terenzio unita.

CRE.

Ad uom di pari sorte, di pari grado e amore,

Femmina non è rea, s'offre la destra e il cuore.

LUC.

Fin dove lusingarti potrebbe un folle ardire?

CRE.

A tollerar la pena, a soffrire, a morire.

LUC.

Dunque d'amar confessi.

CRE.

Non so mentir: l'ho detto.

LUC.

(Ah! che mi desta in seno pietà, più che dispetto). (da sé.)

Fingi d'amarmi almeno.

CRE.

Che pro, s'io lo facessi?

LUC.

Fingi d'amarmi, e finti concedimi gli amplessi.

CRE.

Deh piacciati, signore, pregio di cuor sincero;

Piacciati in donna umile, più che beltade il vero.

Il dir mi costa poco: ardo per te d'amore;

Ma invan lo dice il labbro, se non l'accorda il cuore.

Gli amplessi lusinghieri, l'amor dissimulato,

Son fiori che la serpe nascondono nel prato.

 

 

 


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