Carlo Goldoni
Terenzio

ATTO SECONDO

SCENA SETTIMA

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SCENA SETTIMA

 

Creusa, poi Livia.

 

CRE.

Ah, tollerar non posso chi la mia patria insulta,

Entro al cuor mio la serba forza d'amore occulta.

Sa il ciel se per Terenzio amor mi tiene oppressa,

Ma lui darei ben anche per la mia patria istessa.

E mille vite e mille darei, quand'io le avessi,

Purché schiava d'Atene Roma ridur potessi.

Ah misera dolente, tutti gli affetti miei

Inutili mi sono, si vogliono per rei.

Soffro i Quiriti alteri, veggo penar gli amici,

E son la sventurata maggior tra gl'infelici.

Avolo mio, Critone, se in vita il ciel ti serba,

Se la nipote in cuore hai, che perdesti acerba,

Prega di Grecia i numi, cui venerar ti è dato,

Che muovansi a pietade del mio misero stato;

E traggano i tuoi voti dal doloroso esiglio

L'orfana sfortunata dell'unico tuo figlio.

LIV.

Lungi dalle mie stanze Creusa ognor dimora.

CRE.

Quivi il signor me volle, cui servir deggio ancora.

LIV.

Opra altrui di tue mani promessa ho con impegno.

Pronte son lane e sete; dell'opra ecco il disegno. (porge a Creusa una tela disegnata.)

CRE.

Fatto sarà.

LIV.

Per modo lo vo' sollecitato,

Che dal lavor non parta, pria che sia terminato.

Avrai stanza remota; cibo darotti a parte.

Sola potrai far prova maggior di tua bell'arte.

Tempo ti do sei lune a compiere il lavoro;

Promettoti per premio dramme parecchie d'oro,

Promettoti due vasi d'olio che non ha pari,

Per ardere in segreto a' tuoi paterni lari.

CRE.

Sola sei lune intere? Sola dagli altri esclusa?

LIV.

Sola al ricamo intenta, e per mia man rinchiusa.

CRE.

Arte che l'alma impegna, riesce più dolce e vaga,

Qualor la mente oppressa dall'opera si svaga.

LIV.

Ma lo svagar talora scema al lavor l'affetto,

Diviso in varie parti il cuore e l'intelletto.

CRE.

Credi, vedrai che l'uso...

LIV.

Basta così, lo voglio.

Udir da' servi miei vane ragion non soglio.

Mira il disegno, e dimmi se quei d'Apelle imita.

CRE.

Esser da greca scuola veggo la mano uscita.

Maestro di tal arte chiaro l'autor comprendo,

Ma sia favola o storia, la tela io non intendo.

LIV.

La spiegherò, se ' brami. Que' due di vario sesso,

Che timidi, qual vedi, vagheggiansi dappresso,

Sono da pari laccio ambi legati e servi;

Mira nel volto i segni degli animi protervi.

Quel che vedi in atto d'impor cenni al littore,

Minaccevole in volto, de' perfidi è il signore.

Scoperte con isdegno di lor le fiamme impure,

Condannali alle verghe, condannali alla scure.

CRE.

Manca, se all'occhio il vero tramanda l'intelletto,

Altra figura al quadro, per renderlo perfetto.

Donna qui vi vorrebbe in abito romano,

In atto di svelare de' miseri l'arcano,

Col viso e colle mani mostrando il suo livore,

Armando di sua mano la man del senatore.

LIV.

(Temeraria! M'intese, e mi risponde ardita.

La guideran gl'insulti al fin della sua vita). (da sé.)

CRE.

Se mal pensai... (a Livia.)

LIV.

T'accheta. Viene Terenzio a noi. (osservando fra le scene.)

CRE.

Per evitar tuoi sdegni, vo a chiudermi, se 'l vuoi.

LIV.

Resta. Che pensi, audace? Che amor per lui m'aggrave?

Il cuor dell'eroine mal veggono le schiave.

CRE.

Se tal dubbio fallace nutrisse il mio pensiero,

Tua scusa non richiesta par che mi dica: è vero.

LIV.

Taci.

CRE.

Non parlo.

LIV.

E bada, in faccia al tuo diletto,

A Livia che t'ascolta non perdere il rispetto.

Non veggano quest'occhi uscir da tue pupille

In faccia del tuo vago le fiamme e le faville.

CRE.

(Misera me!) (da sé.)

LIV.

Terenzio, a che t'arresti? Il cuore

Dipingesi per reo dal soverchio timore. (parla verso la scena, da dove viene Terenzio.)

 

 

 


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