Carlo Goldoni
Terenzio

ATTO SECONDO

SCENA TREDICESIMA

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SCENA TREDICESIMA

 

Livia e Lelio.

 

LIV.

Ch'ami costei Terenzio, sento nel mondo invalso. (a Lelio.)

LEL.

Spesso nel volgo sparge fama bugiarda il falso.

LIV.

Ma ciò si lasci, e dimmi: il popolo latino

Offre al comico vate l'onor di cittadino?

LEL.

Arbitro è sol Lucano di sì bel dono, e Roma

Pregalo che tal fregio conceda alla sua chioma.

Quel ch'ora dagli edili s'agita in sacra sede,

È all'opre di Terenzio generosa mercede.

Nel pria delle none d'april, ne' giochi usati,

Per Rea, madre de' numi, Mengalesi chiamati,

L'Eunuco in un sol giorno due volte empieo l'arena

Con destra e con sinistra tibia sonora, amena:

Onor ch'è riserbato a' comici preclari,

L'impari tibia usata, concessa ai più vulgari.

Con pubblico decreto merta che a lui sia dato

Premio che de' poeti sorpassi il premio usato.

LIV.

Credi che il suo signore la libertà gli done?

LEL.

Lo credo.

LIV.

E allor fia degno di dame e di matrone?

LEL.

L'uso di Roma è tale. La verga che percuote

Per amor, non per ira, dello stranier le gote,

Fa che del sangue istesso ogni bruttura emende,

E degli onori a parte de' cittadini il rende.

LIV.

Qual credi tu più degna del libero Africano?

LEL.

Quella cui per amore fe' sua figlia Lucano.

LIV.

Da lui dipender deggio obbediente figlia.

LEL.

Livia, da lui lontana, il cuor che ti consiglia?

LIV.

Finché Terenzio è servo, pensare a lui non deggio.

Coll'anime vulgari amante non vaneggio.

La libertà ch'ei spera, è incerta alla sua chioma,

Nel nostro sen riposa l'onor di tutta Roma.

LEL.

Mille, per uomconto, avran ferito il cuore.

LIV.

Cedere all'adottiva dovran del suo signore.

LEL.

Credimi, se tu tardi, cotal condizione

Non valeratti dopo la sua manomissione.

LIV.

Troppo sarebbe ingrato, cercando altri legami.

LEL.

Livia, per quel ch'i' sento, tu confessi che l'ami.

LIV.

No, non amo uno schiavo, né l'amerò giammai.

Sia libero Terenzio, dirò s'unqua l'amai.

L'onor delle Romane fisso nell'alma i' porto;

Ma farmi non ardisca donna qualunque un torto. (parte.)

 

 

 


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