Carlo Goldoni
Terenzio

ATTO TERZO

SCENA QUARTA

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SCENA QUARTA

 

Terenzio e detti.

 

TER.

(D'un senator di Roma ecco i seguaci arditi:

Adulator clienti, e ingordi parassiti). (da sé, restando indietro ed osservando i suddetti.)

FAB.

Teco son lieto, amico, per il novello onore. (a Terenzio, incontrandolo.)

LIS.

Teco de' nuovi acquisti rallegromi di cuore. (a Terenzio.)

TER.

(Sappia Creusa anch'essa le mie fortune, e speri.

Cambiar per lei fors'anco vedrò gli astri severi). (da sé, non badando a quei che gli parlano, e in atto d'incamminarsi altrove.)

FAB.

Non odi, o mal gradisci gli atti di cuor sincero? (a Terenzio.)

LIS.

Grato non è Terenzio al cuor d'amico vero? (a Terenzio.)

TER.

Gli animi, i cuor d'entrambi, noti mi sono appieno:

Conosco il dolce riso per me fatto sereno. (ironico.)

Ma Lisca, s'io perissi, per questo non digiuna;

E Fabio non ha d'uopo di me per sua fortuna.

FAB.

T'amo per amor vero.

LIS.

Nol fo per l'interesse.

TER.

Stolto Terenzio fora, se cieco a voi credesse

I nobili compiango, compiango i candidati,

Che fondan lor grandezza nell'essere adulati.

Pane gettato invano, sportule invan disperse

Per gente di mal cuore, per anime perverse.

Merto non ha bisogno di lode adulatrice;

Ricchezza mal usata fa il prodigo infelice.

Onde di buon acquisto i beni mal locati

Fan giudicare al mondo che sien male acquistati.

Della fortuna il dono, de' miei sudori il prezzo,

Dividere agl'ingrati per me non sono avvezzo.

Cercate chi vi creda. Da me non aspettate

Ch'essere sulle scene esposti alle fischiate:

Opera degna essendo de' comici scrittori

Schernir i parassiti, scoprir gli adulatori,

Onde dell'alme indegne il vizio si corregga,

O almen del loro inganno il popolo s'avvegga;

E apprendan cittadini, e apprendan senatori

Ai miseri dar mano, punire i traditori. (parte.)

 

 

 


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