Carlo Goldoni
Terenzio

ATTO QUARTO

SCENA TERZA

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SCENA TERZA

 

Terenzio, poi Critone.

 

TER.

Guardimi il ciel ch'i' abusi di comica licenza:

So lo scenico frizzo purgar dall'insolenza.

E quando i rei costumi deonsi trattar severi,

Usar deve il poeta rispetto agli stranieri.

CRIT.

Roma, superba Roma, che altera il capo estolli,

Sdegnando gli stranieri mirar dai sette colli,

Lunga stagione invano speri prosperi auspici,

Se barbara a tal segno tu sei cogl'infelici.

TER.

Vecchio, di che ti lagni?

CRIT.

Chi sei tu che mel chiedi?

Sei di Roma, o straniero?

TER.

Servo i' son, qual tu vedi.

CRIT.

Della vista il difetto soffre l'età canuta;

La tunica servile non ti aveva veduta.

Donde sei?

TER.

Africano. Terenzio è il nome mio.

CRIT.

Terenzio?... Anche in Atene nome cotal s'udio.

Dicesi ch'egli merta i lauri alle sue chiome,

Rivivere facendo qui di Menandro il nome.

Se' tu il comico vate?

TER.

Quello son io.

CRIT.

Deh insegna

A Roma dalle scene, che tirannia mal regna.

Cantino i carmi tuoi di Troia le ruine,

E tremino di Grecia quest'anime latine.

dir che l'argomento soggetto è di tragedia,

Trattar dell'altre cose talor può la commedia.

Che s'ella del coturno non veste i propri attori,

Parlar fra gente bassa può ben d'alti signori.

TER.

Greco tu sei.

CRIT.

Lo sono, e ne ringrazio i numi,

Che a noi dier leggi umane e docili costumi.

TER.

Spiegano i detti tuoi ch'odii di Roma il nome.

CRIT.

Vuoi tu che Roma apprezzi? Vuoi tu che l'ami? e come?

Giunge dall'età oppresso uom peregrino, antico;

Insultalo la plebe, non trova un solo amico.

Rispondermi non degna talun, s'io parlo seco:

Trattasi come schiavo un Ateniese, un Greco.

E finalmente un servo guidami da Lucano,

Mercé due dramme d'oro levatemi di mano.

TER.

Deh, non voler per questo empia dir Roma e ria:

Qui pur regna ne' cuori affetto e cortesia.

Nell'Attica, nel Lazio, in tutte le nazioni,

In due partesi il mondo, misto di tristi e buoni:

Lucan, di cui tu cerchi, uomo senil, togato,

Onor del Campidoglio, delizia del Senato,

Ama l'onesto e il vero, gli cal dell'altrui bene,

Egual nella virtude ai satrapi d'.

CRIT.

Tenti, comico vate, tenti lodarmi invano

Chi me d'unico figlio privò colla sua mano.

crederò che aspiri degl'infelici al bene,

Chi figlia del mio figlio trattien fra le catene.

TER.

Cielo! tu di Creusa?...

CRIT.

L'avolo sventurato.

TER.

Venisti a liberarla?

CRIT.

Ah, lo volesse il fato.

Uomo vulgar non sono, ma povertà m'opprime,

E per sudar fra l'armi non ho le forze prime.

Picciola terra antica, degli avi miei retaggio,

Ridussemi, venduta, all'ultimo disaggio.

Sperai colle monete, tratte dal terren colto,

Il piè della nipote mirar da' lacci sciolto,

Cambiando in varie merci dell'Attico paese

Il danar ricavato per lucrar nolo e spese;

Ma il lungo viaggio e 'l lungo variar delle tempeste

Privommi d'ogni speme, privandomi di queste.

Per cinque intere lune gioco del mar si feo

Nave che me chiudeva pel burrascoso Egeo;

E cento volte e cento m'empiero il cuor di gelo

Le Cicladi d'intorno all'isola di Delo.

Teti, Nettuno irati, orche, tritoni e glauchi,

D'Eolo sonando ai fischi tremuli corni e rauchi,

Nero il ciel, nere l'onde, nero de' mesti il viso,

Lungo timor nell'alme parea sempre improvviso.

Canapi rotti e antenne, sdruscito, ahimè, il naviglio,

Gettar gli arredi al mare fu provvido consiglio.

E i lavori e le merci di me primier di tutti

A saziar fur date l'ingordigia de' flutti.

Ferma, alla man crudele dir mi faceva il cuore:

Serba a misera figlia il prezzo dell'amore.

Abbia la greca schiava per voi paterna aita,

Sgravi la nave invece d'un misero la vita;

L'arca si serbi, e vada vecchio canuto all'onde.

Ahimè! l'arca si getta, e a me non si risponde.

Stava sul punto io stesso di darmi al mar fremente,

Ma in me perde ogni speme, dicea, figlia innocente.

Deh, l'Olimpico Giove salvo me guidi in Roma;

Offrirò ai lacci il piede, reciderò la chioma.

Godrò, pur che Creusa in libertà ritorni,

Vivere in servitute il resto de' miei giorni.

Questi i miei voti furo; salvo guidommi il nume;

Vengo a offerirmi al cambio per grazia o per costume;

E se cambiar si sdegna giovane in uom canuto,

Or la sfuggita morte richiamerò in aiuto,

E mirerò sin dove il cuor giunga inumano

Dal pianto non commosso d'un barbaro Romano.

TER.

Come fin il destino di lei ti fu palese?

E qual di liberarla speme in tuo cuor s'accese?

Tutta mi narra, amico, tutta la serie vera,

E prove da me aspetta d'amicizia sincera.

CRIT.

Un uom che in Tracia nacque, curvo per gli anni e grave,

A mercatare avvezzo miseri schiavi e schiave,

Compra Creusa mia di man d'un Africano;

Vendella in verde etade, per due lustri, a Lucano,

Patto fra lor giurando, che a lui l'avrebbe resa

Allor che ad egual prezzo fosse da lui pretesa:

Non per desio pietoso di riscattar la figlia,

Ma per doppia mercede ritrar dalla famiglia,

Svelando ov'ella fosse fra lacci ritenuta,

Per duemila sesterzi la misera venduta.

Giunse il vecchio in Atene; cercò più di una fiata

Dove e da chi Creusa fosse in Attica nata,

Me ritrovando alfine misero e desolato,

Unico, tristo avanzo di stipite onorato.

Pensa qual io restassi pel giubilo improvviso,

Allor che di sua vita ebbi sicuro avviso;

Ma nell'udire, oh Dio! la misera in catene,

Non può chi non è padre intender le mie pene.

Partir col mercatante risolsi ad ogni patto,

Seco accordando il prezzo del premio e del riscatto.

Odi, se a' danni miei potea la sorte ultrice

Unir maggior sciagure per rendermi infelice.

Dopo tre giorni il vecchio non resse al mar fremente,

Morì fra le mie braccia di funesto accidente;

Di riscattar Creusa persi con lui la spene,

Nel mar perduto ho il prezzo, perduto ogni mio bene.

Sol quest'unico scritto restommi a mio conforto:

L'obbligo di Lucano col mercatante morto,

Con cui render promette Creusa alle mie mani

Per duemila sesterzi. Ma i miei desir son vani.

Qua promette Lucano solo di darla a lui;

Negherà, se l'apprezza, di rinunziarla altrui.

E se mi manca il prezzo dovuto al suo riscatto

Mancami l'una e l'altra forte ragion del patto.

Vedi ne' casi miei, vedi fino a qual segno

Giugner può della sorte il fierissimo sdegno.

TER.

Mertan pietà i tuoi casi, la merta il tuo dolore,

Ma un altro di pietade stimolo i' sento al cuore.

Questa che figlia chiami, che di tue cure è degna,

Sappilo, è l'amor mio. Sola in me vive e regna.

Sappi più ancor; Lucano per lei d'amore acceso,

Il cuore ha di Creusa finora a me conteso.

Ma non dispero al fianco aver lei che m'adora,

Se il cielo i miei disegni seconda ed avvalora.

CRIT.

Ma tu schiavo di Roma che far per lei pretendi?

TER.

Me libero fra poco vedrai. Credilo; attendi.

CRIT.

Te pur da questo punto chiama Criton suo figlio.

Tu porgimi l'aita, tu recami consiglio.

TER.

Di': l'estinto mercante era canuto?

CRIT.

Egli era.

TER.

Lunga barba?

CRIT.

Qual io.

TER.

Era di faccia?

CRIT.

Austera.

TER.

(Oh giusto ciel!) Di taglia er'ei quale sei tu?

CRIT.

Era di me più pingue, ma curvo un poco più.

TER.

(Smagrir si può. Si può curvar...) Ti disse

D'essere stato amico di Lucan, finché visse?

CRIT.

Al contrario. Narrommi averlo sol veduto

Il che il sangue mio gli ha sul campo venduto.

TER.

Il destin ci seconda.

CRIT.

L'ebbi nemico ognora.

TER.

Prova a curvarti.

CRIT.

Il sono.

TER.

Curvati un poco ancora.

CRIT.

Comico, vuoi far scena di me vecchio infelice?

TER.

Sì, vo' far di te scena: scena che giova e lice.

Fingiti il mercatante a riscattar venuto

La greca schiava.

CRIT.

E poi?

TER.

Sarò teco in aiuto.

CRIT.

Poco è l'aiuto tuo per sostener l'inganno.

I duemila sesterzi?

TER.

Non temer. Ci saranno.

CRIT.

Oh bontà degli dei! Dov'è la mia Creusa?

TER.

Livia, di Lucan figlia, tienla al lavor rinchiusa.

CRIT.

Vederla almen potessi.

TER.

Sì, la vedrai; s'attenda

Che in breve in queste soglie Lucano a noi si renda

 

 

 


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