Carlo Goldoni
Terenzio

ATTO QUINTO

SCENA QUARTA

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SCENA QUARTA

 

Livia  e Damone.

 

LIV.

(Perfida! Ma in tal guisa sensi pronunzia oscuri,

Che ancora i suoi diletti non sembrano sicuri).

DAM.

Livia, con lei fa d'uopo cambiar l'usato stile;

Parlare io ti consiglio più docile ed umile.

Chi sa che ritornata nel libero suo stato...

Chi sa che non la sposi Lucano innamorato?

E s'ella si rammenta quel che facesti a lei,

Ti tratterà in vendetta da vipera qual sei.

Di far un po' all'amore avendole impedito,

Languir ti farà in corpo la voglia di marito;

E collo sposo accanto, da' figli circondata,

Rabbia faratti e invidia, morirai disperata.

Per te son sì pietoso, che prenderei l'incarco,

Ma son guerrier senz'armi, son cacciator senz'arco.

LIV.

No, non sarà giammai che un senator Romano

Veggasi ad una schiava a porgere la mano.

E se Lucan per lei fosse di ragion privo,

Chiamarlo sdegnerei per mio padre adottivo.

T'inganni se tu credi che arda nel seno mio

D'un sesso lusinghiero il debole desio. (a Damone.)

(L'unico mal ch'io temo, è ch'a Terenzio è unita). (da sé.)

Trionfi a mio dispetto questa superba ardita.

Raro, chi il mal figura, trova il pensier fallace;

Ma vendicarmi io spero d'una rivale audace. (da sé, e parte.)

 

 

 


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