Carlo Goldoni
Terenzio

ATTO QUINTO

SCENA QUINTA

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SCENA QUINTA

 

Damone, poi Fabio.

 

DAM.

Rider mi fan le figlie che han voglia d'esser spose,

E colla bocca stretta von far le vergognose;

Rider mi fan volendo noi uomini sprezzare,

E per un poco d'uomo si sentono crepare.

FAB.

Lucan se tutto è pronto a riveder mi manda. (a Damone.)

DAM.

Aiutami tu ancora a servir chi comanda.

FAB.

Mio uffizio non è questo. Un cittadin cliente

Non serve.

DAM.

Sì, gli è vero: scrocca, e non fa niente.

FAB.

Invidioso schiavo morde il freno e punzecchia.

DAM.

Ti vo' corbellar bene, se arrivo a far da vecchia.

FAB.

Che dici?

DAM.

M'intend'io.

FAB.

Non favellar fra' denti.

DAM.

Non ho timor, sebbene mi mancano i clienti.

FAB.

Parla con più rispetto; non irritar procura

Un che albergar vedrai fra poco in queste mura.

DAM.

Tu di Lucano in casa?

FAB.

Sì, di Lucan che mi ama,

Che sposo oggi mi vuole, che amico suo mi chiama.

DAM.

Sposo di Livia?

FAB.

O d'essa, o d'altra, a te non preme.

DAM.

Ti sposerà a Creusa; la sposerete insieme.

FAB.

Frena l'audace labbro, o proverai la sferza.

DAM.

No, Fabio, si perdona, quando dall'uom si scherza.

FAB.

Lisca dov'è?

DAM.

In cucina.

FAB.

Che fa?

DAM.

Pentole odora;

Ch'abbiano il loro gusto vuol le narici ancora.

FAB.

Corteo faccia a Lucano, prendasi anch'ei tal pena.

DAM.

Basterà ch'egli venga a corteggiarlo a cena.

FAB.

Chi d'altrui pan si pasce, se ciò trascura, è stolto.

Stan Lucano e Terenzio in mezzo al popol folto.

Qui attendesi il pretore per Terenzio invitato.

DAM.

Cotai manomissioni non fansi in magistrato?

FAB.

Che sai tu di tai riti? Si la libertade

In tempio, al campo, in case, e in pubbliche contrade.

Ergere può per tutto, con pompa e con splendore,

Suo tribunale in Roma il console e 'l pretore.

DAM.

Quand'è così, non parlo; venero il lor decreto,

Ancor quando il facessero in un luogo segreto.

FAB.

Timpani sento e tube; odo tibia giuliva;

Sappia da me Lucano che 'l magistrato arriva.

DAM.

Le sportule son quelle che fan brillar lo zelo;

Se grasso è l'animale, ciascun vuol del suo . (parte.)

 

 

 


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