Carlo Goldoni
L'uomo di mondo

L'AUTORE A CHI LEGGE.

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L'AUTORE A CHI LEGGE.

 

Dalla precedente lettera dedicatoria avrai rilevato, Lettor benevolo, essere questa Commedia, che or ti presento, la stessa che diedi al pubblico molto prima, parte scritta, parte non scritta, intitolata: Momolo Cortesan. Questo titolo Veneziano, che pronunciamo noi cortesan, e in Toscano direbbesi Cortigiano, non suona lo stesso che altrove intenderebbesi, né in forza di addiettivo, né in forza di sostantivo. Intendesi da noi per Cortesan un uomo di mondo, franco in ogni occasione, che non si lascia gabbarefacilmente, che sa conoscere i suoi vantaggi, onorato e civile, ma soggetto però alle passioni, e amante anzi che no del divertimento. Tale è il Protagonista della mia Commedia, Cortesan in Venezia: Uomo di Mondo altrove considerato. Lo disegnai da principio Veneto di nazione; e quantunque abbia moltissimo cambiato della Commedia, non ho voluto cambiare né la patria, né il linguaggio di Momolo, che altrove si direbbe Girolamo, perché alcune grazie della nostra lingua e alcune pratiche del Paese parmi che più convengano all'azione della Commedia.

Allora quando l'esposi la prima volta, ebbe un esito assai fortunato. Si recitò di seguito parecchie sere, e molti anni dopo fu sempre fortunatissima. Ma il pubblico in tali giorni si contentava di molto meno. Avvezzo a sentir Commedie snodate, e sempre sentir ripetere le stesse cose, un poco di novità, un poco di buona condotta, un carattere originale bastava per guadagnarsi l'applauso. Oggi non va così la faccenda. Si cerca il pelo nell'uovo, e si giudica colla bilancia. Ho principiato io colla Donna di garbo a mettere in una Commedia sei o sette caratteri originali, oltre al Protagonista, e tutti interessarli con episodi che costano della fatica. I Francesi non accostumano così. Lo soglion fare gl'Inglesi, ma questi poi non hanno la soggezione delle unità. Ma oramai è vano il parlarne; fissato è il gusto Italiano, e per chi vuole aspirare a piacere al pubblico, gli convien battere questa strada. Nel riformare questa Commedia ho seguitato il sistema nostro più che ho potuto. Non ho risparmiato la critica, la moralità, l'intreccio, il costume. Bramo che il pubblico si assicuri del mio rispetto, e i miei Associati non siano malcontenti di me. Per essi ho faticato nel presente Decimo Tomo, che per altro, anziché impiegar tanto tempo nel riformar queste tali Commedie, e nello scriverle intieramente di nuovo, le avrei gettate nel fuoco. Dirà taluno: Perché non darci di quelle che hai scritte nel corso di ben tre anni, e che sappiamo non essere delle tue peggiori? Perché non darci la Sposa persiana, il Filosofo inglese, il Terenzio, il Torquato Tasso, il Festino e tante altre, che sappiamo ascendere al numero di ventiquattro almeno? Signori miei, queste sono riserbate pel mio nuovo Teatro Comico che uscirà a momenti dai torchi del Sig. Francesco Pitteri in Venezia: saranno due Tomi l'anno, e chi vorrà provvedersene, le averà dappertutto da' buoni corrispondenti del Libraio suddetto.

 

 

 


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