Carlo Goldoni
L'uomo di mondo

ATTO TERZO

SCENA TREDICESIMA

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SCENA TREDICESIMA

 

Ottavio e detti, poi Momolo

 

OTT. Signori, compatite se vengo innanzi.

DOTT. In questa casa che vuole vossignoria?

OTT. Ho ricevuto un affronto dal signor Momolo, e ne pretendo soddisfazione.

DOTT. Egli non abita qui, signore.

OTT. Ma so che ci viene frequentemente; però il rispetto che ho per voi, mi fa far questo passo, altrimenti mi prenderò io stesso quelle soddisfazioni che mi competono.

MOM. E Momolo xe capace de darve sodisfazion in ogni maniera; ma se penserè meggio alle cosse passade, vederè, sior Ottavio, che quel che avè ricevesto, ve l'avè merità. Vu avè trovà do omeni per farme far un insulto; se lo riceveva, toccava a vu a sodisfarme. Me xe riussìo de valerme delle vostre arme istesse per vendicarme; cossa podeu pretender da mi? Vu domandè sodisfazion del fatto, mi la pretendo per l'intenzion. Semo dal pari per la pretesa, podemo esser dal pari mettendo in taser quel che xe stà; e de più, per quella differenza che pol passar tra l'intenzion e el fatto, alla presenza de ste degne persone ve domando scusa. Seu contento gnancora?

OTT. Per questa parte son soddisfatto, ma circa alla nostra rivalità nel cuore della signora Eleonora...

DOTT. Qui c'entro io, signore. Di mia figlia dispongo io, e non so come c'entrate voi a pretenderla, in tempo che non ho veruna intenzione ch'ella sia vostra.

OTT. Questo è un altro discorso; ma quando la figlia avesse della inclinazione per me...

ELEON. Compatitemi, signor Ottavio: non ne ho mai avuta, e non ne averò.

OTT. Pazienza. Vi sposerete al signor Momolo, che menando una vita discola, vi farà pentire d'averlo preferito ad uno che si protesta d'amarvi.

MOM. Ponto e virgola a sto discorso; m'avè toccà in un tasto che xe assae delicato, e che me obbliga adesso a far quella dichiarazion, che voleva far da qua a qualche zorno. Sior Dottor, la vita da cortesan che fin adesso ho fatto, no merita che ve domanda una putta, ma le massime che ho fissà per l'avegnir, spero che un zorno la poderà meritar. Deme tempo da farve cognosser quel cambiamento che prometto del mio costume...

ELEON. Senz'aspettar più oltre, mio ha tanta fede in voi, che assolutamente vi crede.

MOM. E vu, fia mia?

ELEON. Ed io, se il genitore l'accorda, ad occhi chiusi di voi mi fido.

BEAT. Le buone parti del signor Momolo meritano che gli si presti tutta la fede.

SILV. Non mi scorderò mai il favore che fatto mi avete. Eccovi i trenta zecchini; vi prego farli avere a colui...

MOM. Sarà mezz'ora che m'ho tolto la libertà de dargheli, essendo certo che da vu i me sarave stai remborsadi. Li togo adesso con una man, e con l'altra i restituisso a sto galantomo, che me li aveva imprestai.

DOTT. Voi siete l'uomo più onorato di questo mondo. Però se aggradite la mano di mia figliuola, disponetene liberamente.

MOM. Cara Leonora, ve son tanto obbligà, che se no basta la man e el cuor, son pronto a darve el mio sangue e la mia vita istessa.

ELEON. Mi fate piangere per la consolazione.

OTT. Dunque io posso andarmene, senza sperare più oltre.

MOM. Se volè quattro confetti, patron.

OTT. Come in un tratto può sperarsi da voi un simile cambiamento?

MOM. Bisogna che me giustifica, per no far sospettar la mia ressoluzion mal fondada. (Siora Leonora, delle bone azion no s'avemo da vergognar). (da sé) Vedeu sta putta? L'ha avudo coraggio, credendome in necessità, de spropriarse delle so zoggie per mi. Sior Dottor, compatì l'amor de una putta, che adesso xe più mia che vostra. Tolè, siora Leonora, le vostre zoggie, e in contracambio ve fazzo el sacrifizio della mia libertà, che xe la zoggia preziosa, che fin adesso con tanta zelosia ho custodido, e che al vostro merito sarà giustamente sacrificada.

DOTT. Oh quanta consolazione io provo nel veder contenta la mia figliuola! Mancami ora, per esser pienamente felice, veder cambiato il vivere del mio figliuolo.

MOM. Anca per sta parte sarè contento. Sior Lucindo, vegnì pur avanti.

 

 

 


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