Carlo Goldoni
Il vecchio bizzarro

ATTO SECONDO

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ATTO SECONDO

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Strada.

 

OTTAVIO e BRIGHELLA

 

OTT. Dunque il mio anello è nelle mani del signor Pantalone.

BRIGH. L'è nelle man d'un galantomo. L'è segura che el sarà ben custodido.

OTT. Ma perché non ti hai fatto dare sino alla somma dei cinquanta zecchini?

BRIGH. Per verità ghe l'ho dito; ma l'ha pagà i quaranta ducati d'arzento a sior Martin, e nol ha voludo dar altro.

OTT. Non ha voluto dar altro? Non avrai saputo chiedere. L'anello vale duecento zecchini. Pretenderà egli di tenerlo per quaranta ducati?

BRIGH. In questo, la perdona, no me par che la possa parlar cussì. L'ha preteso de far una bell'azion a pagar sto debito per vussignoria; el l'ha fatto senza interesse; no l'è omo che sia capace de voler un soldo de più. Ma nol se pol obbligar.

OTT. Ma non può obbligar nemmeno me, che io gli lasci nelle mani un anello che vale dugento zecchini, per un'ipoteca di quaranta ducati; o mi renderà il mio anello, perché li possa ritrovare in un altro luogo.

BRIGH. No so mo, se el la intenderà cussì...

OTT. Tu sei quello delle difficoltà. So io quel che dico, e non ho bisogno che tu mi faccia il pedante.

BRIGH. Diseva cussì, perché me pareva...

OTT. Va a vedere se trovi il signor Pantalone, e digli che mi preme parlargli, che favorisca venir da me.

BRIGH. La vol mo anca che el s'incomoda a venir da ella?

OTT. Tu sei il maggior seccatore del mondo. Fa quel che ti dico, e non replicare.

BRIGH. Son un seccator, l'è la verità, ma no posso far de manco de no seccarla un altro tantin, se la me permette.

OTT. Che cosa mi vorresti dire? Parla.

BRIGH. Ghe domando perdon.

OTT. Via, parla; sbrigati.

BRIGH. Se de quattro mesi de salario che avanzo, la me ne favorisse almanco do...

OTT. Va a ritrovare il signor Pantalone.

BRIGH. Ho bisogno de camise e de scarpe...

OTT. Va a ritrovare il signor Pantalone.

BRIGH. Lo cercherò; ma la prego per carità...

OTT. Va a ritrovare il signor Pantalone. (gli getta un guanto nel viso)

BRIGH. I poveri servitori no i se paga cussì. (parte)

OTT. A un uomo che ha perso i denari al giuoco, codesto stolido viene a domandare il salario. Io sono in disperazione. Il giuoco mi ha rovinato. Se non mi rimetto in qualche maniera, sono in grado di andarmene da Venezia, abbandonar la causa, lasciar Flaminia, perder tutto, e precipitarmi. Il signor Pantalone mi darà il mio bisogno. Sul mio anello non mi negherà i cinquanta zecchini, e se me li negasse, corpo di bacco, averà da fare con me. È vero che mi ha sollevato da un debito con uno che mi potea svergognare, ma non mi basta. Sono alla disperazione, e non ho altra risorsa che questa.

 

 


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