Carlo Goldoni
La vedova scaltra

ATTO SECONDO

Scena Quarta. Monsieur Le Blau ed Arlecchino

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Scena Quarta. Monsieur Le Blau ed Arlecchino

 

Camera nella locanda.

 

Mon. Tu sei un uomo spiritoso; è peccato che ti perdi in una locanda, ove non può spiccare la tua abilità.

Arl. Ghe dirò patron; siccome la mia gran abilità la consiste in magnar, no me par de poder trovar meio d'una locanda.

Mon. No, amico non è questa la tua abilità. Conosco io dalla tua bell'idea, che sei un capo d'opera per fare un'ambasciata amorosa.

Arl. In verità l'è un cattivo astrologo, perché mi non ho mai fatt el mezan

Mon. Ecco come in Italia si cambiano i termini a tutte le cose. Che cos'è questo mezzano? Un ambasciatore di pace, un interprete dei cuori amanti, un araldo di felicità e contenti, merita tutta la stima, ed occupa i più onorati posti del mondo.

Arl. Ambasciator de pase, araldo di felicità e contenti, in bon italian vol dir batter l'azzalin.

Mon. Orsù, io sarò quello che metterà in luminoso prospetto la tua persona. Conosci madama Rosaura, cognata di Pantalone de' Bisognosi?

Arl. Signor sì, la cognosso.

Mon. Hai tu coraggio di presentarti ad essa in mio nome, e recarle in dono una preziosissima gioia che ti darò?

Arl. Elo fursi qualche anello?

Mon. Oh, altro che anello! È una gioia che non ha prezzo.

Arl. Perché, se l'era un anello, no la lo toleva siguro. Basta, me provarò; ma la se arecorda che ogni fadiga merita premio.

Mon. Eseguisci la commissione, e sarai largamente ricompensato.

Arl. La me diga, cara ela: Vuossioria el mai stà in Inghilterra? Salo l'usanza de quel paese?

Mon. Non ci sono stato, e non so di qual usanza tu parli.

Arl. La sappia che in Inghilterra se usa regalar avanti.

Mon. Questo da noi non si costuma. La mercede non dee precedere il merito. Opera bene, e non temere.

Arl. Basta, mi stagh sulla vostra parola.

Mon. Non voglio però che tu dica esser un servitore di locanda, che non mi conviene mandarti con questo titolo.

Arl. Chi oio da dir che son?

Mon. Devi passar per il mio cameriere, giacché, come tu sai, sono tre giorni che l'ho licenziato dal mio servizio.

Arl. Ghe vorìa i abiti aproposito. La vede ben...

Mon. Vieni nella mia camera. Ti vestirò alla francese.

Arl. Alla franzese! Oh magari! Anca mi, diventerò monsù.

Mon. Dovrai porti sul gusto della nostra nazione, dritto, svelto, spiritoso, pronto. Cappello in mano, riverenze senza fine, parole senza numero e inchini senza misura.

Arl. ( si va provando e non gli riesce)

Mon. Ecco la gioia che tu le devi recare. Questo è il mio ritratto; e son sicuro ch'ella apprezzerà la delicatezza di questa effige, più che la ricchezza di tutte le gioia del mondo.

Arl. Oh che zoggia! Oh che bella zoggia!

Mon. Odi, mio caro Arlecchino, odi il complimento che le dovrai fare per me; apprendilo bene, non te ne dimenticare parola, poiché in ogni accento è rinchiuso un mistero.

Arl. No la se dubita; la diga pur, che l'ascolto.

Mon. Tu le devi dir così: Madama, chi aspira a farvi l'intiero dono del rispettoso ed umile originale, v'invia anticipatamente il ritratto. Tenetelo in luogo di amoroso deposito, fintanto che la sorte gli conceda l'onore...

Arl. Basta, basta, per amor del cielo. No me ne recordo più una parola.

Mon. Orsù, vedo che tu hai poca memoria. Sai leggere?

Arl. Qualche volta.

Mon. Vieni nella mia camera, che lo registrerò sopra un foglio. Lo leggerai tante volte finché ti resti nel capo.

Arl. Se l'ho da lezer fin che el me resta nella memoria, ho paura de averlo da lezer tutto el tempo de vita mia.

Mon. Caro Arlecchino, seguimi, non ti trattenere. Sono impaziente di sentir la risposta che madama averà la bontà di mandarmi, e a misura della risposta sarai ricompensato. Avverti di custodire con ogni esattezza la gioia che or ora ti diedi. Gioja che ha fatto sospirare le prime principesse d'Europa.

Arl. Gioia che faria sospirar un pover om dalla fame.

 


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