Carlo Goldoni
La villeggiatura

ATTO PRIMO

SCENA TERZA

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SCENA TERZA

 

Donna Lavinia; Don Riminaldo e Don Ciccio che giocano.

 

LAV. In fatti par impossibile che il temperamento di don Mauro possa adattarsi a quello di donna Florida. Ella è inquieta sempre, è sempre malcontenta, e pretende troppo. Ogni anno ella viene da noi, e la vedo sempre con visi nuovi. Non ha mai durato con lei una stagione intera un servente. Io non la posso lodare, ed è una di quelle amicizie che non m'importerebbe di perdere. Quest'anno non l'ho nemmeno invitata a venir con noi, ma ci viene da sé. È in possesso di venir qui; e le pare che sia casa sua questa. Ha un marito che non ci pensa, che la lascia andar dove vuole. Ma! il mio pure fa lo stesso con me. Viene in campagna meco, ma è come se non ci fosse. Il suo divertimento è la caccia. Le sue conversazioni le fa con i villani e colle villane: cosa che mi dispiace infinitamente, perché mio marito, benché avanzato un poco in età, lo amo e lo stimo, e non mi curerei di altro, s'egli si compiacesse di stare un poco con me. Signori miei, avete da giocar tutto il giorno? Non volete prendere un poco d'aria? Oggi abbiamo una bella giornata. Prima che venga l'ora di desinare, andiamo a fare due passi. (Spiacemi questo gioco. Don Ciccio non ne ha da perdere, e don Riminaldo guadagna sempre). (da sé)

RIM. Sono a servire donna Lavinia.

CIC. Mantenetemi gioco.

RIM. Un'altra volta. Oggi, questa sera.

CIC. Un punto ancora. Questo po' di resto.

LAV. Via, caro don Ciccio. Siate buono, e contentatevi così.

CIC. Sì, che mi contenti! dopo che ho persi i danari.

LAV. Avete perduto molto?

CIC. Mi par di sì, non mi son restati che dieci soldi.

LAV. Bravo, don Riminaldo, glieli avete guadagnati tutti al povero don Ciccio.

RIM. In tre ore che si gioca, quanto credete voi ch'io gli abbia guadagnato?

LAV. Non saprei.

CIC. Non mi ha mai dato un punto.

LAV. Capperi vuol dir molto. Gli averete guadagnato qualche zecchino.

RIM. In tutto e per tutto dodici lire.

CIC. Mi ha cavato dodici libre di sangue.

LAV. E un della vostra sorte sta tre ore per un sì vile guadagno? (a don Riminaldo)

CIC. E non mette i dodici zecchini che ha guadagnato a don Mauro.

LAV. Compatite, signore, ve l'ho detto altre volte. Siete padrone di tutto, ma in casa mia non ho piacere che si facciano di questi giochi. Veniamo in campagna per divertirci, e non v'è cosa che guasti più la conversazione, oltre il giocar d'impegno. Anch'io ho perduto vari zecchini... Basta, non dico altro.

RIM. Io non invito nessuno. Mi vengono ad istigare; ma vi prometto che dal canto mio sarete servita. Al faraone non gioco più.

CIC. Oh, questa è bella. Non mi potrò ricattare io?

LAV. La perdita non è poi sì grande...

CIC. L'ho sempre detto: in questa casa non ci si può venire.

LAV. Nessuno vi ci ha invitato, signore.

CIC. Si perde i suoi danari, e non si può giocare.

LAV. Fatelo in casa vostra, e non in casa degli altri.

CIC. Volete venir da me a giocare? (a don Riminaldo)

RIM. Verrò a servirvi, se me lo permette donna Lavinia.

LAV. Per me, accomodatevi pure. Bastami che non si giochi da noi.

CIC. Prendiamo le carte. (prende le carte dal tavolino)

LAV. V'ho da mantenere a carte anche in casa vostra?

CIC. Gran cosa! un mazzo di carte usate! Siete ben avara. Quando avremo giocato, ve lo riporterò.

LAV. No, no. Servitevi pure. Non v'incomodate di ritornare.

CIC. Siete in collera? Faremo pace: con voi non voglio collera. So che avete un piatto di funghi preziosi. Ne voglio anch'io la mia parte.

LAV. No, signor don Ciccio: non vi prendete tanta libertà in casa mia.

CIC. Ho inteso. Bisogna lasciarvi stare per ora. Andiamo a giocare. (a don Riminaldo)

RIM. Ma avvertite, che sulla parola non gioco.

CIC. Giocheremo danari.

RIM. Mi diceste poco fa non aver altro che dieci soldi.

CIC. Guadagnatemi questi, e poi qualche cosa sarà.

RIM. Un'altra volta, signor don Ciccio. Non voglio disgustare donna Lavinia. Ella ha piacere che non si giochi, ed io, per obbedirla, non gioco. (parte)

LAV. Caro signor don Ciccio, risparmiateli quei dieci soldi. Siamo fra voi e me, che nessuno ci sente. Voi non ne avete da gettar via.

CIC. Se non ne ho da buttar via, non verrò da voi per un pane.

LAV. Lo so che non avete bisogno né di me, né di alcuno. Lo avete detto per ischerzo di voler venire a desinare da noi. Non sarebbe decoro vostro venir in un luogo, dove vi fanno le male grazie.

CIC. Eh, so che si scherza; so che mi vedono volentieri. Ci verrò per i funghi che mi piacciono, perché la mia cuoca non li sa cucinare. E poi, che serve? Con don Gasparo siamo amici. Amico del marito, servitor della moglie vengo qui di buon cuore, come se venissi da miei parenti. Ma che dico da miei parenti? Ho tanto amore per questa casa, che ci vengo come se venissi a casa mia propria (parte)

 

 

 


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