Carlo Goldoni
La villeggiatura

ATTO SECONDO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Zerbino con un tondo o altra cosa simile, con cose dolci; e dette.

 

ZER. Oh giovanotte, vi saluto.

LIB. Addio, Zerbino.

MEN. Dove andate ora?

ZER. A portar questi dolci.

MEN. Alla tavola?

ZER. Sì, alla tavola. Mi hanno mandato a prenderli dalla credenza.

LIB. Sarà stata la padrona, per fare onore al suo forestiere.

ZER. Oibò. È stato quello scroccone di don Ciccio, che li ha domandati. Dopo aver mangiato come un lupo, ha detto che non vi erano dolci in tavola, che se non mangia un poco di biscotteria sul fine, gli pare di non aver desinato. Il padrone si è posto a ridere, e mi ha mandato a prendere queste galanterie per soddisfare quel ghiottonaccio.

LIB. Ehi, dite: sono vicini a tavola donna Lavinia col forestiere?

ZER. Oibò; sono lontanissimi anzi. Uno da un capo, e uno dall'altro.

MEN. L'avranno fatto per guardarsi meglio nel viso.

LIB. Siete ben maliziosa, la mia Menichina.

MEN. Non si fa così anche da noi? Chi si vuol bene, non istà mai da vicino. Sono le occhiate che giocano.

ZER. Così fate voi altre ragazze in villa; ma in città tutto all'opposto: chi si vuol bene, procura starsi d'appresso, per poter giocar di piedino.

LIB. Donna Lavinia starà di lontano per non fare sospettare il marito. Per altro mi ricordo tre anni sono, che con don Paoluccio erano sempre vicini.

ZER. Ora pare che si conoscano appena. Egli non fa che parlare dei viaggi, delle città che ha veduto, delle avventure che gli sono accadute; e la padrona tiene gli occhi sul tondo, e non parla mai.

LIB. Eh, farà così...

MEN. La gatta morta...

LIB. Per non parere...

MEN. Perché non si dica...

LIB. Dopo tavola poi...

MEN. Al passeggio...

LIB. Nel laberinto...

ZER. Oh che buone lingue che siete! Vado, vado, che non mi aspettino.

LIB. Ehi, sentite. Vorrei che mi faceste un servizio.

ZER. Anche due, se son buono.

LIB. Vorrei... Ma non sono io veramente che lo vorrebbe, è la Menichina.

ZER. Son qui: anche alla Menichina.

MEN. Non occorre dire di me; lo vorressimo tutte due.

ZER. Comandatemi tutte due.

LIB. Vorrei che diceste... diteglielo voi, Menichina.

MEN. Se glielo dico io, non vorrei che credesse... diteglielo voi, madonna Libera.

LIB. Sentite. Vorrebbe la Menichina che diceste al signor don Eustachio e al signor don Riminaldo, che venissero qui, che una persona vorrebbe loro parlare.

ZER. La Menichina vorrebbe il signor don Eustachio e il signor don Riminaldo?

MEN. Per me, quando s'ha da dire, mi basta il signor don Eustachio.

ZER. Lo dirò a lui dunque.

LIB. Ditelo a tutti due.

ZER. Uno per lei, e uno per voi. (alla Libera)

LIB. Dite che venghino, e non pensate altro.

ZER. Una per l'uno, l'altra per l'altro. E per me niente.

MEN. Eh, voi avete la cameriera per voi. Non vi degnate di noi.

ZER. Mi degnerei io di voi, se vi degnaste di me.

LIB. Se non ci donate mai niente.

ZER. Che cosa volete che vi doni un povero ragazzo, che serve per le spese, senza salario?

LIB. Quell'altro che c'era prima di voi, mi donava sempre qualche cosa di buono.

MEN. Anch'io aveva sempre da lui qualche pezzo di torta, qualche bastone di cioccolata.

LIB. Quasi tutti i giorni mi dava il caffè, e mi regalava de' cartocci di zucchero.

MEN. E io? portavo via sempre qualche fiaschetto di vino buono.

ZER. Se potessi farlo, lo farei ancor io; ma non mi lasciano la libertà di poterlo fare.

LIB. Eh, quando si vuole, si fa.

MEN. Chi vi tiene ora, che non ci diate due di quei dolci che avete su quel tondino?

ZER. Il credenziere me li ha contati.

LIB. Anche il lupo mangia le pecore contate.

MEN. Due più, due meno, non se ne potranno accorgere.

ZER. Per due ve li posso dare. Uno per una.

MEN. Che ne ho da fare di uno?

ZER. Tenetene due dunque. (alla Menichina)

LIB. E a me niente?

ZER. E due anche a voi. (alla Libera)

LIB. Vi ringrazio.

ZER. L'è, che ne voglio due per me ancora. (ne prende due per sé)

MEN. Preziosi! datemene altri due. (dolcemente)

ZER. Altri due?

LIB. E a me, caro?

ZER. Caro?

MEN. Due soli

ZER. Tenete.

LIB. E a me?

ZER. Caro?

LIB. Sì, carino.

ZER. Tenete. Ma ne voglio altri due per me.

LIB. Ecco don Riminaldo.

MEN. E don Eustachio.

ZER. Povero me! la tavola sarà finita. Non sono più a tempo. M'avete fatto perdere...

LIB. Avete paura?

ZER. Oh, per ora non mi lascio vedere.

MEN. Dove porterete quei dolci?

ZER. Non lo so davvero.

LIB. Date qui, date qui. (gli leva il tondo di mano)

MEN. A noi, a noi. (s'accosta alla Libera)

ZER. Ma io come ho da fare?

LIB. Niente, niente; metà per uno. (divide i dolci colla Menichina)

MEN. Le parti giuste.

ZER. E a me?

LIB. Il tondo. (rende il tondino a Zerbino)

ZER. Almeno due.

LIB. Andate, che non vi trovino.

ZER. Voi avete gustato il dolce, e a me toccherà provare l'amaro. Basta, verrò da voi, che s'aggiusteremo. Addio, ragazze. Vogliatemi bene, che non vi costa niente. (parte)

 

 

 


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