Carlo Goldoni
La villeggiatura

ATTO TERZO

SCENA DICIASSETTESIMA

Precedente

Successivo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

SCENA DICIASSETTESIMA

 

Giardino con pergolati, sedili erbosi, uno de' quali in mezzo.

 

Don Gasparo, Donna Florida, Don Paoluccio, Don Riminaldo, Don Eustachio a sedere in fondo; la Libera e la Menichina da un lato; poi Don Ciccio e Zerbino.

 

ZER. Favorisca di venire con me.

CIC. Tu sei quello che ha mangiato le robe dolci.

ZER. La padrona mi ha perdonato; mi perdoni anche vossignoria.

CIC. Ti perdono, ma con patto che me ne porti dell'altre.

ZER. Lasci fare, che sarà servita.

CIC. Ora, che cosa vogliono da me?

ZER. Vogliono domandargli scusa di quello che gli hanno fatto. Eccoli tutti preparati. S'accomodi, che ora verranno. (Credo che lo vogliano burlare più che mai. Se posso, voglio far anch'io la mia parte). (si ritira)

CIC. Se mi daranno le mie soddisfazioni, m'acquieterò; altrimenti farò qualche risoluzione. Dovevano veramente venire a casa mia a farmi il complimento di scusa, ma ho piacere che non vedano i fatti miei; non ho certo modo di riceverli. È stato meglio che sia venuto qui. (siede) Oh, non si credano già che sia un babbuino! So mantenere il mio punto fino all'ultimo sangue; e se non mi dispiacesse di disgustar don Gasparo... ma da lui si può venir a desinar qualche volta, onde convien soffrire, e contentarsi di quel che si può.

GASP. Signor don Ciccio, io, come padron di casa, e vostro buon servitore ed amico, vengo prima di tutti a domandarvi scusa della burla fattavi, di cui avete mostrato di sentir dispiacere; ed in segno di buona amicizia, vi prego, finché dura la presente nostra villeggiatura, venire ogni giorno a pranzo da noi.

CIC. (Sedendo con gravità) Gradisco le scuse che voi mi fate, e per attestarvi un amichevole aggradimento, accetto per capitolazione le vostre grazie, e sarò esattamente, fino che durerà la villeggiatura presente, vostro quotidiano commensale perpetuo.

GASP. (Oh sì, che vuol mangiare un pezzo alla lunga). (da sé)

FLO. Signor don Ciccio, sento che siete adirato con tutti, e dubito che lo siate ancora con me. Se il ridere è delitto, v'accerto che son rea la mia parte; però vi domando scusa, e per farvi vedere quanta stima ho di voi, voglio preferirvi a tutti, e fin che stiamo qui in villeggiatura, voglio che siate il mio cavaliere.

CIC. Voi altre donne credete di poter offendere impunemente. Ma i galantuomini della mia sorta si rispettano un poco più. Dono al sesso, dono alla gioventù, dono anche alla buona grazia, accetto l'onor che mi fate di essere il vostro cavaliere, e può essere che facciamo disperar qualcheduno.

FLO. Credo anch'io che passerà poco tempo, che vedremo alcuno in disperazione.

PAOL. Eccomi a voi dinanzi, don Ciccio, supplichevole in atto; e dell'ardire presomi di farvi vergognosamente tremare, vi chiedo orgogliosamente perdono. Prometto in faccia di questa dama e di questi cavalieri, che vi hanno sonoramente burlato, prometto in attestato di quella stima che non ho mai avuta per voi, ma che procurerò d'avere in appresso, prometto in tutto quel tempo che resteremo in questa villeggiatura, servirvi e mantenervi di tabacco di Spagna perfetto, di cioccolata di Milano esquisita, di rosolio di Corfù preziosissimo, e di veneziani sceltissimi parpagnacchi.

CIC. Quantunque io non rilevi bene che razza di parlare sia il vostro, tuttavia, credendolo oltramontano, vi perdono ogni cosa. Vi accetto per buon amico, e vi prendo in parola circa al tabacco, al rosolio, alla cioccolata; e benché non sappia che cosa sieno, credendoli mangiativi e buoni, mi saranno cari anche i veneti parpagnacchi.

PAOL. Bravissimo! che gravità ammirabile! Voi mi parete uno di quei superbi villani di Castiglia, che vanno a lavorare i campi colla spada di Catalogna.

CIC. Un villano?

PAOL. Acchetatevi, caro don Ciccio, che se finora avete avute le umiliazioni de' rei secondari, ora vi si presentano dinanzi agli occhi i rei principali. Venite, arditelle, tracotanti, maligne: venite a chieder perdono a don Ciccio della vostra audacia. (verso la scena, da dove vengono le due donne) Gli uomini di questa sorta non si legano per le braccia, ma per il cuore; e però domandategli scusa, e contentatevi di ripetere le parole che dirò io.

MEN. (Io non mi posso tener di ridere). (piano alla Libera)

LIB. (State forte, che rideremo dopo). (piano alla Menichina)

PAOL. Signor don Ciccio...

MEN. Signor don Ciccio...

PAOL. Gli domandiamo perdono...

LIB. Gli domandiamo perdono...

PAOL. Dispiacendoci aver fatto poco..

MEN. Dispiacendoci aver fatto poco...

PAOL. Aver fatto poco il nostro dovere...

LIB. Il nostro dovere...

PAOL. E gli promettiamo..

MEN. Gli promettiamo...

PAOL. Fino che dura la presente villeggiatura..,

LIB. Fino che dura la presente villeggiatura...

PAOL. Mandarlo...

MEN. Mandarlo...

PAOL. A servire di lavature di biancheria...

MEN. Di lavature di biancheria...

PAOL. Serva umilissima del signor don Ciccio.

LIB. Serva umilissima del signor don Ciccio.

PAOL. Serva umilissima del signor don Ciccio

MEN. Serva umilissima del signor don Ciccio.

PAOL. Siete contento? (a don Ciccio)

CIC. Sono cose, e non sono cose; intendo, e non intendo. Basta, siete donne, e non voglio guerra con donne. Lavatemi la biancheria fino che si sta qui, e non se ne parli più.

 

 

 


Precedente

Successivo

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License