Carlo Goldoni
La villeggiatura

ATTO TERZO

SCENA ULTIMA

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SCENA ULTIMA

 

Don Mauro e detti.

 

MAU. Signori, ho trovato don Ciccio afflitto. Egli si duole d'essere stato doppiamente deriso; ma più si duole, che non sa che fare restando qui, e non ha il modo di condursi decentemente in città, dice avergli donna Lavinia offerto un posto nella carrozza, ed ei l'accetta, se si contentano.

PAOL. Non ve l'ho detto io?

GASP. Venga, venga, è padrone. Anche questa è accomodata. Vo a consolarlo, e voi altri, signori, accomodatevi per i posti, ché le carrozze vi aspettano. (parte)

LAV. Scegliete, donna Florida, chi v'aggrada.

FLO. Ci sarà nessuno, che si degni di venir con me? Che dice il signor don Mauro?

MAU. Un cavaliere da voi scartato non può aspirare all'onor di servirvi. Dispensatemi, signora, altri vi sono di me più degni.

FLO. Il signor don Paoluccio mi fa la grazia?

PAOL. Non posso, donna Florida, e già sapete il perché.

FLO. Parmi il vostro perché una scioccheria, una stolidezza. Ricusare di servire una dama, perché non si sveli la stima che s'ha di lei, è un'ingiuria che le vien fatta, come se indegna fosse di esser servita. Ho voluto pubblicare il fanatismo delle belle regole della vostra cavalleria, per non espormi ad esser ridicola presso di chi mi vede. Venite, non venite, per me è lo stesso. Se uno ricusa di palesare la stima che fa di me, troverò dieci che se ne faranno una gloria; e voi, colle vostre massime oltramontane, nella nostra Italia non troverete un can che vi guardi. (parte)

PAOL. Vedete? Ecco il caso della costanza. Uno spirito forte non si risente, e di perderla non m'importa un zero.

MEN. Serva, illustrissima.

LIB. Buon viaggio, illustrissima.

LAV. Vi riverisco. State bene. A rivederci; e vi avviso, per vostra regola, non prendervi in avvenire tanta confidenza coi villeggianti, perché di già vi burlano, e correte pericolo di perdere la vostra quiete e la vostra riputazione.

LIB. Grazie del buon avviso. Se lo tenga per lei.

MEN. Eh signora, si vedono i difetti degli altri, e non si conoscono i suoi.

LAV. Intendo quel che vogliono dire queste due buone donne. Mi vogliono rimproverare qualche mia debolezza. Per quanto abbia studiato , qualche cosa si è traspirato. Voi, don Paoluccio, ne foste causa.

PAOL. Vi domando perdono. Castigatemi, che lo merito. Privatemi della vostra grazia. Cedo il posto a don Mauro, ed io colla mia costanza di animo soffrirò quest'ultimo dispiacere.

LAV. Volete dire, che v'importa di me, come di donna Florida. Don Paoluccio, vi consiglio mutar paese e mutar costume, o voi sarete il ridicolo delle nostre conversazioni. Qui s'apprezza la vera costanza, quella che in una nobile servitù è l'unico prezzo della fatica. Ero io disposta a serbarvela eternamente, voi m'insegnaste a mutar pensiero. Non vi lagnate che di voi stesso, se lasciandovi in quella libertà che mostrate desiderare, consacrerò in avvenire tutte le mie oneste attenzioni, tutte le mie nobili brame, al virtuoso don Mauro.

PAOL. Costanza d'animo, non mi abbandonare.

LAV. Ecco terminata la nostra Villeggiatura: sarebbe stata assai più piacevole, se le gelosie, se i puntigli non l'avessero intorbidata; comunque stata ella sia, potrà dirsi felice, se onorata sarà dagli umanissimi spettatori di un clementissimo aggradimento.

 

Fine della Commedia.

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