Carlo Goldoni
L'incognita

L’AUTORE A CHI LEGGE

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L’AUTORE A CHI LEGGE

 

Questa Commedia che ora pubblico colle stampe, diversa è forse da tutte le altre mie. Ella è romanzesca, fatta per me non per inclinazione ch’io avessi ad un tal genere di teatrale componimento, che anzi ne son nemico, ma per un mero capriccio, in una certa occasione che a farlo mi ha stimolato. Alcune Commedie di tal carattere esposte furono sulle Scene da un valoroso soggetto ch’io tanto venero, quanto egli me disprezza ed insulta. Fortunate riuscirono tali composizioni, da un noto Romanzo onninamente estratte, e quantunque condannassi io dentro di me medesimo la massima di nuovamente sulle nostre Scene introdurle, l’esito m’invaghì di darne una io pure al Popolo, che del sorprendente qualche volta s’appaga. Non volli però io, in ciò facendo, perdere soverchio tempo nella lettura di alcun romanzo, ma ideandomi una favola romanzesca, tessei con tale immagine la presente Commedia, la quale è di tanti fatti, di tanti accidenti ripiena, che potrebbe servir di sommario per un romanzetto di quattro tomi almeno. In verità, se ozio avessi, provarmi vorrei a farlo, e intitolarlo vorrei il Bravo Impertinente. Era questo il titolo d’una Commedia da me promessa al pubblico, fra le sedici scritte nell’anno 1750, ma venendomi voglia di far l’Incognita, in vece sua, per adempire e la mia volontà e l’impegno mio, intitolai la Commedia allora: L’Incognita perseguitata dal Bravo Impertinente.

Parratti superfluo, Lettor carissimo, ch’io voglia renderti conto di una sì frivola mutazione, ma pure ho dovuto farlo, poiché dar si potrebbe che nella edizion di Venezia piantata fosse tale Commedia nella maniera che i Comici l’hanno avuta, e parrebbe a taluno che quella e questa non fossero la stessa cosa. Per dir il vero però, la stessissima cosa non sono, poiché pensando io a stamparla, in molte parti l’ho regolata, e colà (se non vien copiata da questa) sarà come tante altre malconcia. Questa dunque, com’io diceva a principio, è una Commedia romanzesca, perché nel giro di poche ore una moltitudine di accidenti comprende inaspettati e strani, e talor sorprendenti; tuttavolta però studiato ho di condurli in maniera tale, che non abbiano a dirsi impossibili o inverisimili, ma solo da una estraordinaria combinazione diretti. Se avessi prima formato o letto un Romanzo, e i fatti sparsi pel medesimo avessi unito in una Commedia, caduto sarei anch’io per necessità nell’impossibile, o nella confusione almeno, ma la Commedia originalmente tessendo, ho accomodata la favola al bisogno mio, e se gli uditori diranno dopo di averla veduta: oh quanta roba in una Commedia! non diranno almeno: oh quanti spropositi! oh quante bestialità! E chi averà la sofferenza di tener dietro al filo della medesima, partirà contento d’averla sentita. Questo è quello però che sfuggir si deve, cioè non conviene affaticare l’uditore per modo che abbiagli a doler il capo per l’applicazione, e non possa nemmeno soffiarsi il naso, per non perdere la traccia degli accidenti; ma in cinquanta Commedie la varietà parmi non disconvenga, ed ho sentito colle orecchie mie dir più d’uno, essere questa la miglior Commedia che io abbia fatto. Certamente se io l’avessi creduta indegna affatto di compatimento, non l’avrei nemmeno stampata, ma parlo così per i genii più delicati, per quelli che della vera Commedia s’intendono, i quali poi non sono moltissimi.

 

 

 



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