Carlo Goldoni
L'incognita

ATTO SECONDO

SCENA NONA

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SCENA NONA

 

Camera d’Ottavio.

 

Ottavio, Rosaura, poi Mingone.

 

OTT. Eccovi in libertà. A me il governatore non ha ritardata la grazia, affidatosi al carattere mio, che non sa proteggere che con giustizia. Or siete di bel nuovo nella mia casa, ma di qui non si esce, se prima non mi rendete sincero conto di voi medesima.

ROS. Signore, non ho mai ricusato di dire tutto quello ch’io so.

OTT. Chi è di ?

MING. Comandi.

OTT. Dite alla padrona che venga qui.

MING. Signore, ella non è in casa; è uscita collo sterzo, e credo sia andata dal governatore. (parte)

OTT. Sarà andata anch’essa a pregare per voi. Orsù, sediamo, e parlatemi con libertà.

ROS. (Oh Dio! Che mai sarà di Florindo?) (da sé, siede)

OTT. Rasserenatevi. Che mai vi rende così turbata?

ROS. Compatitemi, per pietà...

OTT. Ditemi liberamente; vi ascolterò con amore e vi assisterò con impegno.

ROS. Quanto so, ve lo dirò prontamente. Mio padre nacque nobile siciliano; aveva una bella moglie, e questa fu per lui la più fatale disgrazia. Un cavaliere se ne invaghì. Tentò vincere il di lei cuore, ma sempre invano. Acciecato da pazzo amore, provò insultarla, si difese la casta donna; passò l’empio alla violenza, ella con uno stile lo minacciò, ed egli con un pugnale l’uccise. Mio padre, per vendicar la morte della consorte, non potendo farlo colla strage dell’uccisore, fece trafiggere una sua figliuola, e il cavaliere nemico, benché lontano, fece privar di vita due miei innocenti fratelli. Ecco disfatta l’una e l’altra famiglia; ecco fuggiti ed esiliati li due nemici, confiscati li loro beni, ed io sola rimasta viva, forse perché in poter della balia, non ebbe agio d’avermi il distruttore del nostro sangue. Il buon Ridolfo, amico del povero mio genitore, mosso a pietà delle mie sventure, non ebbe cuore di abbandonarmi in quella tenera età. Mi accolse amorosamente e seco a Napoli mi condusse, e qual sua figlia mi nutrì, mi educò. Ecco quanto mi fu narrato dei casi miei, non dal prudente vecchio Ridolfo, il quale mi ha negato sempre darmi di me contezza; ma la contessa Eleonora di Castel Rosso, ch’è l’unica persona a cui note sono le mie vicende, non ha potuto di quando in quando negarmi qualche piccola soddisfazione. Ciò che a voi ho narrato in una volta, l’ho appreso a poco a poco nel giro di vari anni, e avendomi la contessa le cose senza ordine e senza pensiero narrate, ella non crede ch’io le abbia sì ben ritenute ed unite, onde sia in grado di formarne un racconto. Se più sapessi, più vi direi. Amo tanto la sincerità, che la preferisco ad ogni riguardo, e considerando esser voi un uomo saggio ed onesto, son certa di meritarmi la vostra protezione, depositando nel vostro cuore un arcano, che ho finora con tanta gelosia custodito.

OTT. Ma voi non sapete il nome di vostro padre?

ROS. Credetemi, signore, io non so né il nome di mio padre, né quello della mia vera patria, e se ho da dire il vero, dubito non essere nemmeno il mio vero nome quello con cui mi sento chiamare.

OTT. Per qual motivo siete stata condotta in questa nostra terra?

ROS. Mi ci ha condotto il mio benefattore, sei mesi sono.

OTT. Lo so, ma per qual causa?

ROS. Un improvviso pensiere lo fe’ risolvere a qui condurmi. Pareva ch’io gli fossi cagione d’alto timore. Pretese nascondermi in questa terra; mi consegnò a Colombina, promise che venuto sarebbe dopo qualche tempo a vedermi. Ma son passati sei mesi e invano l’attendo, e temo o ch’ei sia morto o qualche sventura lo tenga da me lontano.

OTT. E voi in luogo d’attendere il suo ritorno, e senza avere di lui novella, volevate fuggir con Florindo?

ROS. Le insidie di Lelio mi obbligavano a farlo. Florindo aveva promesso condurmi poche miglia da qui lontano, in luogo onesto e sicuro.

OTT. Fu sempre imprudente la vostra risoluzione.

ROS. Attender dovea che Lelio venisse colla violenza a insultarmi? Due mi volevano, uno colla forza, l’altro coll’amore; signore, a chi doveva aderire di questi due?

OTT. Brava, brava; vi difendete assai bene.

MING. Signore, manda il governatore a riverirla e dirle che due forestieri dimandano di Rosaura; onde, se si contenta riceverli, li ha mandati da lei.

OTT. Vengano pure. Chi sono?

MING. Sono uomo e donna. L’uomo è un vecchio, che si chiama Ridolfo.

ROS. Oh Dio! Ecco il mio benefattore, il mio amorosissimo padre. (si alzano)

OTT. Fate che passino. (Mingone parte) E la donna chi sarà mai? (a Rosaura)

ROS. Non lo saprei immaginare.

 

 

 


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