Carlo Goldoni
L'incognita

ATTO TERZO

SCENA VENTESIMA

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SCENA VENTESIMA

 

Un Tenente con sei granatieri.

 

OTT. Questi è il signor Pantalone dei Bisognosi. (al Tenente)

LEL. (Se verrà per arrestarmi, l’ucciderò). (da sé)

TEN. Signore, la vostra casa è circondata da sessanta soldati, e quaranta birri in distanza aspettano il vostro figliuolo. (a Pantalone)

LEL. Io? Giuro al cielo...

TEN. Fermate. Ecco sei granatieri, li quali hanno ordine di ammazzarvi, se resistete.

LEL. Olà, dove siete? (vuol chiamare i suoi armati)

PANT. Férmete, cossa fastu?

LEL. Dove siete? dico.

PANT. Vustu far una guerra in casa?

LEL. (Ah che i codardi mi hanno abbandonato. Spaventati dal numero dei soldati, mi hanno lasciato solo. Misero! Che farò?) (da sé)

TEN. Arrendetevi per vostro meglio. (a Lelio)

LEL. Sì, le armi onorate dei soldati fanno quell’impressione nell’animo mio, che non han fatto quelle dei birri. Io che ho rovesciata la sbirraglia giù per una scala, io che l’ho disfatta in un bosco, cedo e mi arrendo a un piccolo numero di soldati, assicurandovi che ho coraggio per saper morire colla spada alla mano.

TEN. Cedete la spada.

LEL. Eccola. (Maledetto destino). ( la sua spada al Tenente, ed egli ad altra persona)

PANT. Sior offizial, per carità, cossa sarà del mio povero fio?

TEN. Siccome i suoi delitti non sono che di superchierie, non credo che il suo castigo eccederà la prigionia di un castello.

PANT. Vedeu? Questo xe quello che se vadagna a far el bravo, a far l’impertinente. No so cossa dir. Ti xe mio fio, e me despiase véderte in sto miserabile stato, ma co penso che stando in t’un castello e provando i rigori della giustizia, ti pol far giudizio e schivar mazori pericoli e castighi più grandi, ringrazio el cielo; accetto sto dolor per una providenza del cielo, e morirò più contento, se te lasso in un liogo che pol esser un zorno la to salute. (a Lelio)

LEL. Per quel che sento, voi non impiegherete un passo per liberarmi. (a Pantalone)

PANT. Ghe penserò. (Cagadonao, ti m’ha fatto paura anca a mi). (da sé)

TEN. Per questa notte qui resterete in arresto con sentinella di vista. Ehi, prendete i posti. (i soldati con baionetta in canna occupano le due )

RID. Signor Pantalone, con vostra licenza, prendo mia figlia e meco me la conduco.

PANT. Per mi, comodeve pur.

LEL. (Che smania non poterlo impedire). (da sé)

RID. Figlia, andiamo.

ROS. Eccomi ad ubbidirvi. (piange)

RID. Oh Dio! Quando avrai finito di piangere?

ROS. Quando avrò finito di vivere.

RID. Perché non ringraziare il cielo di averti preservata da tante e tante sventure?

ROS. Ah, una me ne riserba, che avvelena tutte le mie contentezze.

RID. T’intendo. Tu peni per le nozze che io ti propongo. Odimi; io t’amo, e pria di vederti dolente, sagrifico anco la mia vita alla tua passione.

ROS. No, padre, andiamo pure; troppo avete per me sofferto, troppo a voi devo. Sarei un’ingrata, se ricusassi di compiacervi.

 


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