Carlo Goldoni
I mercatanti

ATTO PRIMO

SCENA TERZA

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SCENA TERZA

 

Faccenda e Pancrazio

 

PANC. Ora dite quel che volevate dirmi.

FACC. Ho sentito, come diceva, quei due giovini parlar sotto voce, e dire che dubitano del pagamento; che la ragione di vossignoria è in pericolo, e che tengono ordine, non ricevendo il denaro, di protestare.

PANC. Ah Faccenda, son rovinato!

FACC. Che mi tocca a sentire! Sento gelarmi il sangue nell'udir tai parole. Ma come mai, caro signor padrone, come ridursi in questo stato?

PANC. Causa quello sciaurato di Giacinto mio figlio. L'ho messo in piazza, gli ho fatto credito, gli ho dato denari da trafficare, ha fatto cento spropositi, e per coprir lui, ho dovuto andar io in rovina.

FACC. Ma perché dar a lui il maneggio? Perché fidarsi tanto di un giovinotto?

PANC. Sperava che vedendosi in mezzo a tanti onorati mercanti, impegnato in negozi, in traffichi, con lettere, con affari, si assodasse, badasse al serio, e lasciando le male pratiche, si mettesse al punto di fare onor alla casa e a lui medesimo. Mi sono ingannato, confesso di aver male pensato; ha fatto peggio, si è rovinato del tutto, ed ha seco precipitato il suo povero genitore.

FACC. Qui conviene pensare al rimedio.

PANC. Non saprei dove gettarmi; son fuori di me medesimo.

FACC. Mi scusi: ha mai confidato nulla a monsieur Rainmere, a questo olandese che si ritrova alloggiato in casa sua?

PANC. Vi dirò, voleva dirgli qualche cosa, ma per tre ragioni mi sono trattenuto. Per la prima, sono a lui debitore di sette in ottocento ducati; per la seconda, voi sapete che madamigella Giannina, sua nipote, ha qualche inclinazione per mio figlio, e avendo ella di dote seimila lire sterline, che poco più, poco meno, fanno la somma di quarantamila ducati, se a me riuscisse di fare un tal matrimonio, spererei di rimettermi in piedi. Per questo procuro di tenermi in riputazione coll'amico; ma se sono costretto a render pubbliche le mie indigenze, ho perduto, posso dire, ogni speranza di risorgimento, ho perduto ogni cosa.

FACC. Dunque per queste ragioni...

PANC. Ve n'è un'altra. Monsieur Rainmere ha qualche premura per Beatrice mia figlia. A un uomo ricco come lui, potrei sperar di darla con poca dote. Ma se a lui scopro le mie piaghe, tutte le mie speranze svaniscono, perdo il credito, e precipito i miei figliuoli.

FACC. Mi perdoni, il credito lo perde se in oggi non paga le cambiali, e se i creditori principiano a sequestrare gli effetti.

PANC. Pur troppo è vero. Penso, rifletto e non so a qual partito appigliarmi.

FACC. Quei giovani aspettano; che cosa ho loro da dire?

PANC. Se sono venuti per riscuotere le lettere, dite loro che questa mattina li vedrò a Rialto, che m'attendano al Banco, che farò loro un giro, oppure li pagherò in contanti, come vorranno.

FACC. Sì, signore, e dirò che dicano in che monete li vogliono. Ungheri, zecchini, doppie, quel che vogliono. Quando si è in pericolo di fallire, si procura sostenersi; e se non crede uno, crede l'altro, e si acquista tempo sinché si può. (parte)

 

 

 


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