Carlo Goldoni
I mercatanti

ATTO SECONDO

SCENA QUATTORDICESIMA

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SCENA QUATTORDICESIMA

 

Giacinto e detta.

 

GIAC. È ella che mi domanda?

GIANN. Chi v'ha detto che siete voi domandato?

GIAC. Mia sorella.

GIANN. Vostra sorella è bizzarra davvero. La premura che siate meco, è sua; dovrei parlarvi per una sua commissione, e mi dispiacerebbe che mi credesteardita d'avervi per conto mio incomodato.

GIAC. Signora... Mi maraviglio... Io non so far cirimonie, e ora! per dirgliela, ne ho pochissima voglia. Son qui, che cosa mi comanda?

GIANN. Non volete sedere?

GIAC. Se il discorso è lungo, ho un affare di premura, lo sentirò un'altra volta; se è corto, tanto sto anche in piedi.

GIANN. Se non volete seder voi, permettete che sieda io.

GIAC. Si accomodi pure.

GIANN. Ora tirerò innanzi una sedia.

GIAC. Si accomodi.

GIANN. (Questa sua inciviltà me lo dovrebbe render odioso, eppure ancora lo compatisco). (da sé; va per la sedia)

GIAC. (Se non avessi per la testa la maledizione del giuoco, mi divertirei un pochetto). (da sé)

GIANN. Signor Giacinto, non mi darete nemmeno una mano a strascinar questa sedia? (di lontano)

GIAC. Oh sì, compatisca. Non vi aveva badato. La servirò io. (porta egli la sedia)

GIANN. Siete poco avvezzo a trattar colle donne.

GIAC. Dirò. Sinora ho sempre praticato con persone di confidenza. Soggezione non ne ho voluto mai.

GIANN. Avete fatto un gran torto a voi medesimo.

GIAC. Perché?

GIANN. Il vostro merito non doveva portarvi alle conversazioni indegne di voi.

GIAC. Crede ella che io sia un giovine che meriti qualche cosa?

GIANN. Sì, lo credo con fondamento.

GIAC. Grazie, grazie, signora, grazie.

GIANN. Le vostre amabili qualità potrebbero farvi onore, se voi le teneste in maggiore riputazione.

GIAC. Signorina garbata, voi mi adulate, ma non ci sto. Se voi avete studiato i libri della filosofia, io ho studiato quelli del mondo, e ne so tanto che basta per condurvi alla scuola voi e dieci della vostra sorta.

GIANN. Questo libro del mondo vi ha insegnato a disprezzar voi medesimo?

GIAC. Mi ha insegnato a conoscere quando mi vien data la burla.

GIANN. Credete dunque ch'io vi burli?

GIAC. E come!

GIANN. Ditemi: vi guardate mai nello specchio?

GIAC. Qualche volta, quando mi pettino.

GIANN. Lo specchio vi che siete bruttissimo.

GIAC. No, signora, quando lo specchio mostra il naturale, non sono di me scontento.

GIANN. Gli occhi vostri vi parranno imperfetti.

GIAC. Non saprei: mi pare, se ho da dir quel ch'io sento, che sieno passabili.

GIANN. Che dite della vostra fronte?

GIAC. Io non dovrei dirlo, ma la mia aria non è da villano.

GIANN. Signor Giacinto, begli occhi, bella fronte, bel labbro, e non sarete amabile?

GIAC. Signora... mi fa arrossire.

GIANN. Vi burlo, eh?

GIAC. Non so che dire...

GIANN. Vi ha insegnato bene il vostro libro del mondo!

GIAC. Confesso anch'io che alle volte si falla.

GIANN. Sapete che cosa vi ha insegnato questo vostro bel libro del mondo?

GIAC. Che cosa dunque?

GIANN. A trattar male colle persone civili.

GIAC. Perché, signora?

GIANN. Parvi una civiltà, una buona grazia, tollerare che una fanciulla per causa vostra soffra il disagio di favellarvi in piedi?

GIAC. Perché non si accomoda?

GIANN. I miei libri, che non sono del vostro cattivo mondo, m'insegnano di non sedere, quando stia in piedi chi mi deve ascoltare.

GIAC. Dunque converrà che sieda ancor io.

GIANN. Così fareste, se aveste meglio studiato.

GIAC. Quando non v'è altro male, vi rimedio subito.

GIANN. (Gran giro mi convien fare, per giungere al punto che io mi sono prefisso). (da sé)

GIAC. Ecco qui la sedia.

GIANN. Sedete.

GIAC. Mi maraviglio. Tocca a lei.

GIANN. Effetto di vostra gentilezza. (siede)

GIAC. Obbligo della mia servitù.

GIANN. Oh signor Giacinto, questi termini, queste buone grazie, non le avete studiate nel vostro libro.

GIAC. No, signora, sono cose che imparo da lei.

GIANN. Dunque confessate che sinora avete avute delle cattive lezioni.

GIAC. Sarà così.

GIANN. (Va cedendo: spero bene). (da sé)

GIAC. Ma che cosa ha da comandarmi?

GIANN. Deggio parlarvi per commissione di vostra sorella.

GIAC. Che vuol da me mia sorella?

GIANN. Ella è innamorata.

GIAC. Ho piacere. S'accomodi.

GIANN. Ma l'amante, per dirla, non è degno di lei.

GIAC. Con chi fa all'amore?

GIANN. Vi dirò: il di lei genio la porta ad amare una persona che non merita l'amor suo.

GIAC. Che vuol dire?

GIANN. Un giovine nato civile, se vogliamo, ma che ha massime vili.

GIAC. Oh, fa male mia sorella.

GIANN. Accordate anche voi, che fa torto alla nascita chi la deturpa?

GIAC. Non v'ha dubbio.

GIANN. Sappiate di più, che codesto giovine da lei amato è un giuocatore, che consuma nelle biscazze il tempo, il denaro e la salute medesima.

GIAC. Peggio. Starebbe fresca!

GIANN. Ah! che dite? Un giuocatore di questa sorta è un bel fior di virtù?

GIAC. Il giuoco, il giuoco... Basta. Tiriamo innanzi.

GIANN. Oh, che poca considerazione ha questa vostra sorella! Il di lei amante è rovinato, ha precipitata la casa in crapule, in feste, in divertimenti, in compagnia di gente trista, in case o disonorate, o sospette.

GIAC. Come! È divenuta pazza? Con questa sorta di gente fa all'amore? Voglio dirle l'animo mio. Voglio che mi senta...

GIANN. Fermatevi: non tanto caldo. Sapete chi è la persona viziosa, che ama vostra sorella?

GIAC. Chi è questo miserabile uomo?

GIANN. Il signor Giacinto.

GIAC. Io?

GIANN. Sì, voi. Guardatevi in quello specchio in cui i vizi e le virtù si distinguono. Guardatevi in quello specchio che vi ho posto dinanzi agli occhi, e conoscerete voi stesso. Se un cristallo sincero vi assicura che siete amabile, un ragionamento veridico vi convinca che non siete degno d'amore. Poveri doni di natura in voi traditi da un ingratissimo abuso! Infelici le grazie del vostro volto, deturpate dal vostro costume! Misero quel padre che a voi diede la vita! Infelice colei che ingiustamente vi ama!

GIAC. Ah sì, mi riconosco pur troppo. Voi dite la verità, e ne arrossisco. Madamigella, voi m'obbligate... Voi m'intenerite... Son qui... Son tutto vostro. Intendo qual è la sorella che m'ama.

GIANN. Andate, che non so che fare di voi. (s'alza)

GIAC. Sono indegno della vostra bontà?

GIANN. Non avete studiato altro libro, che quello del mondo pessimo.

GIAC. È vero, ma... son giovine, sono ancora in tempo di fare de' nuovi studi.

GIANN. Sareste voi disposto a prendere delle migliori lezioni?

GIAC. Sì, cara; sotto una maestra così virtuosa imparerei in poco tempo.

GIANN. Come sta il vostro cuore?

GIAC. Il mio cuore è di una pasta così tenera, che si lascia regolare con somma facilità.

GIANN. Vi annoiano i miei discorsi?

GIAC. Anzi mi danno piacere.

GIANN. Sedete.

GIAC. Volentieri. (siedono)

GIANN. Ascoltatemi.

GIAC. Son qui. (s'accosta bene)

GIANN. Non vi accostate tanto. Le parole si sentono anche in qualche distanza. (si scosta)

GIAC. Ma le parole operano meglio, quando sono sostenute dalle azioni.

GIANN. Questa è una lezione del vostro libro.

GIAC. Via, non dico altro. Vi ascolterò, come volete.

GIANN. Vo' darvi la prima lezione, la quale farà onore a me, se la saprò dire: farà onore a voi, se la saprete ascoltare.

GIAC. Son qui, vi ascolto con tutto il cuore.

GIANN. Caro signor Giacinto...

GIAC. (La lezione principia bene). (da sé)

GIANN. L'uomo che non conosce se stesso...

 

 

 


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