Carlo Goldoni
La moglie saggia

ATTO SECONDO

SCENA QUINTA

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SCENA QUINTA

 

Servitore e detta; poi Lelio e Florindo

 

SERV. Signora, il signor Lelio ed il signor Florindo vorrebbero riverirla.

BEAT. Passino. (Servitore parte) Vorrei poter rispondere a questa lettera.

LEL. Servo della signora Marchesa.

FLOR. Ben levata la signora Marchesa.

BEAT. Serva di lor signori. Presto, da sedere. (Servitore porta le sedie) Avete bevuto la cioccolata?

LEL. No signora, siamo venuti a berla da voi.

FLOR. Sappiamo che ne avete della perfetta.

BEAT. Subito: tre cioccolate. Ma di quella del cassettino. (al Servitore)

LEL. E bada bene, non fallare. (al Servitore)

FLOR. È con vainiglia? (a Beatrice)

BEAT. Sì, con vainiglia. (al Servitore)

FLOR. Avverti, di quella con la vainiglia. (al Servitore)

SERV. (Non dubiti, che gli farò spender bene il suo denaro). (da sé, parte)

BEAT. Ieri sera siete partiti presto.

LEL. Avevamo un certo impegnetto.

FLOR. Già Lelio non può tacere.

BEAT. Ditemi, ditemi, dove siete stati?

LEL. Da una che conoscete ancor voi.

BEAT. E chi è?

FLOR. Una vostra amica.

BEAT. Ma ditemi chi ella è.

FLOR. La contessina Rosaura.

BEAT. Contessina delle zucche! E dite che è mia amica?

FLOR. Mi pare di sì.

BEAT. Vada al diavolo. Non mi degno di quelle amicizie.

LEL. Basta; siamo stati un poco da lei.

BEAT. A che fare a quell’ora?

LEL. A bere una bottiglia di Canarie.

BEAT. Avete fatto bene, perché in casa mia avete bevuto male.

LEL. Oh scusatemi! Non per questo.

FLOR. Via, l’avete fatta. (a Lelio)

LEL. Vi dirò, eravamo invitati.

BEAT. Da chi?

LEL. Da lei, non è vero? (a Florindo)

FLOR. Sì, da lei.

BEAT. Maledetta! Fa la bacchettona, e poi fa gl’inviti quando non vi è suo marito. Se il Conte lo sa...

FLOR. Di grazia, non glielo dite.

LEL. No, per amor del cielo.

BEAT. No, no, non parlo. (Ma lo saprà). (de sé; Servitore con tre cioccolate, le dispensa, e parte)

BEAT. E che discorsi avete fatti da quella scimunita?

LEL. Oh! belli. (bevendo)

FLOR. Bellissimi! (bevendo)

BEAT. Ha parlato di me?

LEL. Non mi ricordo. Ah, Florindo, vi ricordate voi?

FLOR. Ho poca memoria. (ridendo)

BEAT. Già quell’impertinente l’ha sempre meco.

LEL. Che dite, Florindo, di questa cioccolata?

FLOR. Preziosa.

BEAT. Vorrei saper che cosa ha detto.

LEL. Cose che non hanno verun fondamento.

FLOR. Parla da pazza.

LEL. Avete sentito quando io le ho detto: Signora, parlate bene? (a Florindo)

FLOR. Io sono stato in procinto di dirle delle belle cose.

BEAT. Parlava dunque di me con poco rispetto?

FLOR. Io non dico che parlasse di voi.

LEL. Noi non mettiamo del male.

BEAT. Orsù, voi altri non volete per prudenza, ma io capisco bastantemente, che quella temeraria ha sparlato di me. (Servitore esce di nuovo)

SERV. Signora, è qui la signora contessa Rosaura, che vorrebbe riverirla. (prende le chicchere)

BEAT. Non la voglio riverire. (s’alza)

LEL. (Quest’incontro vuol essere un imbroglio per noi). (a Florindo)

FLOR. (Al ripiego). Fate dire che non siete in casa. (a Beatrice)

BEAT. No. Dille che passi. (Servitore via) Vovedere che cosa pretende da me, e con qual ardire mi comparisce dinanzi.

LEL. Amico, leviamo l’incomodo alla signora Marchesa.

FLOR. Sì, lasciamola in libertà.

BEAT. Anzi vi prego di restare.

LEL. Signora, permettetemi.

FLOR. Torneremo.

BEAT. Se partite, mi disgustate. Due cavalieri, come voi siete, non mi daran questo dispiacere. Desidero che siate testimoni di questa visita, e del mio ricevimento.

LEL. (Siamo in un bell’impegno). (da sé) Signora, per obbedirvi resterò. Ma vi prego d’una grazia, non fate scene colla signora Rosaura. Se le dite qualche cosa in nostra presenza, crederà che noi vi abbiamo riportato, e ci porrete in qualche brutto impegno.

FLOR. Eh, la Marchesina è una dama prudente.

LEL. E poi in casa vostra che cosa le volete dire?

FLOR. Bisogna riflettere che anche il Conte se ne dorrebbe. Finalmente è sua moglie.

BEAT. Basta; sentirò come parla, e mi regolerò sul fatto.

 

 

 


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