Carlo Goldoni
Il padre di famiglia

L'AUTORE A CHI LEGGE

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L'AUTORE A CHI LEGGE

 

Questa Commedia, più morale assai che ridicola, ha avuto più partigiani ch'io non credeva. Prova evidente del cangiamento notabile del Teatro Italiano, in cui cominciava a prevalere il buon costume alla scorrezione ordinaria. Io me ne rallegrai infinitamente coi miei carissimi compatrioti. Non mancai dal canto mio di contribuire al loro buon genio, e mi lusingai sempre che altri più valenti di me volessero fare lo stesso.

Quantunque sieno due famiglie che agiscono in questa comica Rappresentazione, quella cioè di Pancrazio e quella di Geronio, l'azione principale si rapporta al primo, ed è quegli a cui ho appropriato il titolo della Commedia. Egli lo merita per la sua condotta, per la sua giustizia e per la sua prudenza; e può servire d'esempio nelle circostanze più difficili delle famiglie. Egli ha una moglie, il cui carattere è di mala tempra, ma che pur troppo ha degli esempi viventi. Ella predilige un secondogenito al primo, e non ha rimorso a tutto sagrificare alla sua passione. Voglia il Cielo che qualche madre che ne ha di bisogno, si specchi nel suo ritratto, ed arrossisca e si corregga.

Ottavio non è carattere certamente ideale. È uno di que' cattivi Precettori, pericolosi, che accoppiano la villania all'impostura e che rovinano la Gioventù. Io ne ho conosciuto il prototipo, e l'ho mascherato per onestà. Come pure mi sembra non essermi scostato dal vero, facendo rilevare nelle due figliuole di Geronio, che sia preferibile una buona educazione domestica a quella di una Casa di Pensionario; e Rosaura farà arrossire qualche modestina affettata, come Eleonora potrà consolare le figliuole di buon carattere.

Trasportando ora questa Commedia nella nuova edizione, le ho fatto moltissimi cambiamenti, forse più che in ogni altra. Mi parve, rileggendola, avervi riconosciuto alcune cose non necessarie che la guastavano per abbondanza, e parmi ora di averla ridotta a migliore semplicità. Fra le cose che vi ho levato, evvi il personaggio dell'Arlecchino, affatto inutile alla Commedia; lo aveva introdotto per compiacenza, per uno di que' sagrifizi a' quali sono talvolta gli Autori costretti; ma ora scrivo più per la stampa che per il Teatro, e non vi è alcuno che m'imponga la legge.

Questa Commedia e quella del Vero Amico sono state tradotte e stampate a Parigi che sono parecchi anni. Ha dato motivo a ciò il Vero amico, per la ragione che io dirò nella prefazione seguente.


 

 

 


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