Carlo Goldoni
Il padre di famiglia

ATTO PRIMO

SCENA QUINDICESIMA

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SCENA QUINDICESIMA

 

Camera in casa di Geronio.

 

Rosaura vestita modestamente, ed Eleonora

 

ELEON. Brava sorellina, ho piacere che siate uscita dal vostro ritiro, e che siate venuta in casa a tenermi compagnia.

ROS. Sorella carissima, sa il cielo quanto godo di stare in buona pace con voi, in casa del nostro carissimo genitore; ma io per altro stava più quieta nel mio ritiro, sotto la disciplina di quella buona donna di nostra zia, che è il ritratto della vera esemplarità.

ELEON. È vero che la casa di nostra zia è piena di buoni esercizi e di opere virtuose, ma qui pure in casa nostra possiamo esercitar la virtù, essere due sorelle esemplari.

ROS. Oh! come si vive , non si può viver qui. Le cure domestiche traviano dal sentiero della virtù.

ELEON. Anzi le cure domestiche tengono lo spirito divertito, che non si perde in cose vane o in cose pericolose.

ROS. Qui si tratta, si conversa, si vede, si sente. Oibò, oibò, non ci sto volentieri.

ELEON. Ma ditemi, cara sorella, in casa della signora zia non veniva mai alcuno a ritrovarvi?

ROS. Ci veniva qualche volta quell'uomo da bene, quell'uomo di perfetti costumi, il signore Ottavio.

ELEON. Il signore Ottavio? il maestro de' figliuoli del signor Pancrazio?

ROS. Quello appunto. Oh che uomo da bene! Oh che uomo esemplare!

ELEON. E che cosa veniva a fare da voi?

ROS. Veniva ad insegnarmi a ben vivere.

ELEON. E dove vi parlava?

ROS. Nella mia camera.

ELEON. E la signora zia che diceva?

ROS. Oh! la signora zia e di lui e di me si poteva fidare. I nostri discorsi erano tutti buoni. Se qualche volta s'alzavano gli occhi, era per pura curiosità, non per immodestia.

ELEON. Quanto a questo poi, io sono stata allevata in casa; ma né mia madre, buona memoria, né mio padre, che il cielo conservi, mi avrebbero lasciata sola in una camera con un uomo esemplare.

ROS. Perché voi altri fate tutto con malizia; ma in casa di mia zia tutto si fa a fin di bene.

ELEON. Basta, sarà come dite. Ma, cara sorella, sapete perché nostro padre vi ha levata di quella casa e vi ha voluto presso di lui?

ROS. Io non lo so certamente. Son figlia obbediente ed ho abbassato il capo a' suoi cenni.

ELEON. Quanto mi date, se ve lo dico?

ROS. Se il ciel vi salvi, ditemelo per carità.

ELEON. Ho inteso dire, non da lui ma da altri, che voglia maritarvi.

ROS. Maritarmi?

ELEON. Sì, maritarvi. Siete la maggiore. Tocca a voi, poi a me.

ROS. Oh cielo, cosa sento! Io dovrei accompagnarmi con un uomo?

ELEON. Farete anco voi quello che fanno le altre.

ROS. Voi vi maritereste?

ELEON. Perché no? Se mio padre l'accordasse, lo farei volentieri.

ROS. Vi maritereste così ad occhi chiusi?

ELEON. Mio padre li aprirà per lui e per me.

ROS. E se vi toccasse un marito che non vi piacesse?

ELEON. Sarei costretta a soffrirlo.

ROS. Oh! no, sorella carissima, non dite così, che non istà bene. Il matrimonio vuol pace, vuol amore, vuol carità. Il marito bisogna prenderlo di buona voglia, che piaccia, che dia nel genio; altrimenti v'è il diavolo, v'è il diavolo, che il ciel ci guardi.

ELEON. Dunque come ho da fare?

ROS. Via, via, che le ragazze non parlano di queste cose.

ELEON. Cara sorella, mi raccomando a voi.

ROS. Siate buona, e non dubitate.

ELEON. Me lo troverete voi un bel marito?

ROS. Se sarete buona.

ELEON. Farò tutto quello che mi direte.

ROS. Il cielo vi benedica.

 

 

 


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