Carlo Goldoni
Il padre di famiglia

ATTO TERZO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Pancrazio e Geronio

 

PANC. Caro signor Geronio, son travagliato.

GER. So la causa del vostro travaglio. Son padre ancor io e vi compatisco.

PANC. Sapete dunque che cosa m'ha fatto Lelio mio figlio?

GER. Lelio, vostro figlio, non è capace di una simile iniquità.

PANC. L'avete veduto? Sapete dov'egli sia?

GER. L'ho veduto, e so dove egli è.

PANC. Sia ringraziato il cielo. Sentite, amico, vi confido il mio cuore. I trecento scudi mi dispiacciono, ma finalmente non sono la mia rovina. Quello che mi dispiace è di dover perdere un figlio, che fino ad ora non mi ha dati altri travagli che questo; un figlio, che mi dava speranza di sollevarmi in tempo di mia vecchiezza.

GER. Credete veramente che Lelio v'abbia portati via li trecento scudi?

PANC. Ah, pur troppo è così! Il signor Fabrizio m'ha assicurato che ha consegnati i denari a Lelio.

GER. Ed io credo che sia innocente.

PANC. Volesse il cielo! L'avete veduto? Gli avete parlato?

GER. L'ho trovato per strada piangente, disperato. Mi ha raccontato il fatto, e mi ha intenerito. Per la buona amicizia che passa fra voi e me, ho procurato quietarlo, consolarlo. Gli ho data speranza che si verrà in chiaro della verità; che parlerò a suo padre; che tutto si aggiusterà; e abbracciandolo, come mio proprio figlio, l'ho condotto alla mia casa, e ho riparato in questa maniera ch'ei non si abbandoni a qualche disperazione.

PANC. Vi ringrazio della carità. Adesso è tuttavia in vostra casa?

GER. Sì, è in mia casa; ma vi dirò che l'ho serrato in una camera, e ho portato meco le chiavi, perché ho due figlie da marito, e non vorrei, per fare un bene, esser causa di qualche male.

PANC. Avete due figlie da maritare, lo so benissimo.

GER. E non ho altri che queste; e quel poco che ho al mondo, sarà tutto di loro.

PANC. Oh! se voi sapeste quanto tempo è che ci penso, e quante volte sono stato tentato di domandarvene una per uno de' miei figliuoli!

GER. Questo sarebbe il maggior piacere che io potessi desiderare; sapete quanta stima fo di voi, e so che non potrei meglio una mia figliuola.

PANC. Ma adesso non ho più faccia di domandarvela.

GER. No? Perché?

PANC. Perché Florindo è ancora troppo giovane, e non ha tutto il giudizio; e poi egli è d'un certo temperamento, che non mi fa risolvere a dargli moglie. Aveva destinato che si accasasse Lelio, come maggiore, e che mi pareva di miglior condotta e giudizio; ma adesso non so che cosa mi dire. Questo fatto de' trecento scudi mi mette in agitazione. Non vorrei rovinare una povera ragazza, e quel che non piacerebbe a me, non ho cuore di proporlo ad un altro.

GER. Voi non parlate male. Si tratta di un matrimonio. Si tratta della quiete di due famiglie. Procuriamo di venire in chiaro della verità. Formiamo un processetto con politica fra voi e me. Voi avete in casa dell'altra gente, avete della servitù. Chi sa, potrebbe darsi che qualcun altro fosse il ladro, e Lelio fosse innocente.

PANC. Volesse il cielo che fosse così! In tal caso gli dareste una delle vostre figlie per moglie?

GER. Molto volentieri. Con tutto il cuore.

PANC. Caro amico, voi mi consolate. Voi siete veramente un amico di cuore.

GER. Il vero amico si conosce nelle occasioni, nei travagli.

PANC. Ma i travagli sono spessi, e i veri amici sono rari.

GER. Amico, ci rivedremo. Sperate bene. Quanto prima sarò da voi. (parte)

PANC. Sono in un mare d'agitazioni. (parte)

 

 

 


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