Carlo Goldoni
Il padre di famiglia

ATTO TERZO

SCENA VENTITREESIMA

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SCENA VENTITREESIMA

 

Eleonora e detti.

 

ELEON. Eccomi qui.

GER. Tua sorella desidera salutarti.

ROS. Sorella carissima...

ELEON. Eh! sorella carissima, non è più tempo di collo torto.

ROS. Abbiate giudizio.

ELEON. Abbiatene voi, che ne avete più bisogno di me.

ROS. Io torno nel mio ritiro.

ELEON. Ed io resto nella mia casa.

ROS. Vado a viver con maggior cautela.

ELEON. Ed io continuerò a viver come faceva.

ROS. In casa di mia zia, chi ha giudizio, vive assai bene.

ELEON. Chi ha giudizio, vive bene anche in casa propria.

ROS. Ma non bisogna praticar nessuno.

ELEON. Le pratiche fanno male per tutto.

ROS. Sorella, addio.

ELEON. Addio, Rosaura, addio.

ROS. Signor Florindo... Posso salutare il mio sposo? (a Pancrazio)

PANC. Oh! signora sì. Lo saluti pure.

ROS. Addio, caro.

FLOR. Poverina! Addio.

ROS. Ah! che sposalizio infelice! (parte con uomini armati)

PANC. Sbrigatevi, voi, che la nave v'aspetta. (a Florindo)

FLOR. Caro signor padre...

PANC. Non v'è né padre, né madre. Andate a bordo, che vi manderò il vostro bisogno.

FLOR. Pazienza! Maladetti vizi. Maladetto il maestro, che me li ha insegnati. Ah mia madre, che me li ha comportati! Ella è cagione della mia rovina.

 

 

 


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