Carlo Goldoni
L'impresario di Smirne

ATTO PRIMO

SCENA TERZA   Carluccio ed il suddetto.

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SCENA TERZA

 

Carluccio ed il suddetto.

 

CARL. Servo del signor Conte.

LAS. Oh signor Carluccio vi riverisco. Ben tornato da Genova. Come è andata la vostra recita? Siete voi contento di quel paese?

CARL. Mai più a Genova, nemmeno se mi ci tirano colle catene.

LAS. Perché?

CARL. Quell'impresario ha trattato meco sì male, che se più ci torno, mi contento di essere bastonato. Io solo ho sostenuto l'impresa. Tutti erano incantati della mia voce, e l'impresario avaraccio ed ingrato volea obbligarmi a cantare tutte le sere. Io che era innamorato morto della prima donna, quand'era disgustato di lei non potea cantare, ed egli che lo sapeva, in luogo di compatirmi, mi volea per dispetto obbligar a sfiatarmi. Sentite che cosa ha fatto quel cane. Si è dichiarato, e mi ha imposto per legge, che ogni aria ch'io avessi lasciata, mi avrebbe levato due zecchini del mio onorario; onde per non ridurmi a recitare per nulla, sono stato sforzato a cantare continuamente.

LAS. Bravo impresario benedetto impresario. Se tutti voi altri musici foste così trattati dagl'impresari, oh quanto sareste meno svogliati, e meno raffreddati! Un galantuomo va a spendere il suo danaro, credendo di godere la bella voce del signor canarino, o del signor rosignuolo, ed ei, perché la bella non l'ha guardato, si sente male, non può cantare, corbella l'uditorio, l'udienza si scema, e l'impresario lo paga. Bella giustizia! benedetto sia un'altra volta l'impresario di Genova.

CARL. Questa ragion non serve con un virtuoso della mia sfera. I pari miei non si trattano in questa guisa. Canto quando ne ho voglia, e una volta ch'io canti, ha da valere per cento.

LAS. Se farete così, signor Carluccio amatissimo, credetemi, voi sarete poche volte impiegato.

CARL. Io non cerco nessuno. Sostengo il mio grado; e gl'impresari han più bisogno di me, ch'io di loro.

LAS. Per quel ch'io sento, voi siete carico di ricchezze. Avete fatto in poco tempo de' gran progressi.

CARL. Sono ancora nel fiore. Non ho ammassato gran cose; ma coll'andar del tempo ne ammasserò.

LAS. Ora, per esempio, come state a danari?

CARL. Ora... ora... ora non ho un quattrino, e ho lasciato il mio baule al corriere... Ma che serve? Non mi mancheranno fortune.

LAS. Bella davvero! Siete ancora spiantato, e cominciate di già a strapazzare l'imprese? Acquistatevi prima dei fondi e dei danari, e poi fate anche voi quel che fanno gli altri. Allora potrete dire, voglio mille zecchini, e vo' cantar quando voglio.

CARL. Favorisca, signor Conte, avrebbe ella l'occasione di procurarmi una recita?

LAS. Volete andare a Mantova?

CARL. A Mantova? perché no? Ma per primo soprano.

LAS. E per secondo?

CARL. Oh, questo poi no.

LAS. Il primo è già provveduto, e so che è uno di prima sfera.

CARL. Io non cedo a nessuno.

LAS. Mi fate ridere, e attesa la vostra albagia, dovrei lasciarvi , e non impacciarmi con voi; ma mi fate compassione, e voglio farvi del bene, benché non lo meritiate. Considerate che il tempo è avanzato, e che se non accettate questa recita, può essere che per quest'anno restiate senza.

CARL. Quanto danno d'onorario?

LAS. So che l'anno passato hanno dato al secondo soprano cento zecchini; ma quest'anno...

CARL. E bene, che me ne diano trecento, e accetterò la recita, e la prenderò per una villeggiatura.

LAS. Quest'anno, voleva dirvi, hanno delle spese moltissime, e non possono passare i cinquanta.

CARL. Che vadano per questo prezzo a contrattar de' somari. I pari miei non cantano per cinquanta zecchini.

LAS. Bravissimo. E se restate senza far niente?

CARL. Mi spiacerebbe per cagione dell'esercizio.

LAS. Li volete i cinquanta?

CARL. Tutto quello che posso fare, è contentarmi di duecento.

LAS. Non vi è rimedio, l'assegnamento è fissato.

CARL. Orsù, per questa volta voglio cantar per niente: che me ne diano cento.

LAS. È inutile il parlarne.

CARL. Ma! che me ne diano ottanta.

LAS. Volete che ve la dica? Mi avete un poco seccato.

CARL. Signor Conte, le preme veramente quest'impresario?

LAS. Sì, è mio amico, vorrei servirlo, ma lo faccio più per voi...

CARL. Non occorr'altro. Quando si tratta di far piacere al signor Conte, accetterò i cinquanta zecchini, ma voglio per onore una scrittura simulata di cinquecento, e la mallevadoria di un banchiere.

LAS. Bene, la scrittura, per contentare la vostra albagia, si farà come volete; e per la paga rispondo io.

CARL. Non si potrebbe avere qualche danaro a conto?

LAS. Scriverò all'impresario.

CARL. Non potrebbe ella favorirmi?...

LAS. Non son io quel che paga.

CARL. Mi presti almeno sei zecchini...

LAS. Deggio andar in un luogo... ne parleremo.

CARL. Se mi fa questa grazia...

LAS. Sì, sì, ci rivedremo. (parte)

 

 

 


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