Carlo Goldoni
L'impresario di Smirne

ATTO PRIMO

SCENA OTTAVA   Lucrezia, poi il Conte Lasca

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SCENA OTTAVA

 

Lucrezia, poi il Conte Lasca

 

LUCR. In un paese nuovo avrei bisogno di poter far capitale di qualcheduno. Per conto di Carluccio, so chi è, vi è poco da sperare. Molto fumo, e pochissimo arrosto.

LAS. Servitor umilissimo della signora.

LUCR. Serva sua riverente.

LAS. Scusi se mi ho preso l'ardire...

LUCR. Anzi mi ha fatto grazia il signor cavaliere... si accomodi. (siedono)

LAS. Ella è fiorentina, a quel che mi dicono.

LUCR. Per servirla!

LAS. E il suo nome è Lucrezia.

LUCR. Sì, signore, Crezzina per obbedirla.

LAS. È molto tempo ch'ella fa questa professione?

LUCR. Scusi, non può essere molto tempo. A poco presso, ella può vedere dalla mia età... Non ho cantato che a Pisa. Volevano subito fermarmi per Livorno, ma io ho voluto escire dal mio paese, e desidero di farmi sentire in Venezia.

LAS. Se volete una buona recita, spero non mi tarderà l'occasione di potervela procurare o in Venezia, o in Lombardia, o in qualch'altra parte, dove possiate farvi onore. Conosco tutti gl'impresari più rinomati d'Italia, tutti questi mezzani di virtuosi e di virtuose; e mi adopro con tutto lo spirito per favorire chi merita.

LUCR. Spero ch'ella non sarà malcontenta della mia abilità, e che gli amici suoi forse forse la ringrazieranno.

LAS. Ne son sicurissimo. Siete voi soprana, o contr'alta?

LUCR. Oh, signore, che cosa dice? Mi vergognerei di cantare il contr'alto. Sono soprana, sopranissima, e delle mie voci se ne trovan poche.

LAS. Me ne consolo infinitamente. A Pisa avete recitato da prima, o da seconda donna?

LUCR. Le dirò. Era la prima volta ch'io escia dalla buccia, e quel babbeo d'impresario mi diede una picciola parte; ma quando mi sentirono, m'ebbero in tanta e tale stima, ch'io cacciai la prima sotto le tavole. Quando gli altri cantavano, si sentiva un baccano, ma quando cantava io, tutti faceano silenzio, e poi battean le mani da disperati. Se la ricordano ancora quell'aria maravigliosa:

Spiegando i suoi lamenti

Sen va la tortorella.

LAS. Vorrebbe ella aver la bontà di farmi sentir questa bell'arietta?

LUCR. La servirei volentieri; ma il cembalo che ha fatto portare il locandiere nella mia , è scordatissimo.

LAS. Che cosa importa? La sentirò senza il cembalo.

LUCR. Scusi, signore: io non canto senza instrumento. Non credo ch'ella mi prenda per una cantarina da dozzina.

LAS. Scusatemi, non andate in collera. Cantate, o non cantate, son vostro buon servitore; ma deggio dirvi, per vostra regola, ch'io fo stima delle virtuose che sono compiacenti, e che non si fanno pregare.

LUCR. Oh, io non sono di quelle. Anzi mi picco di essere compiacentissima.

LAS. Via dunque, se così è, fatemi il piacer di cantar qualche cosarella, niente per altro che per sentir la vostra voce.

LUCR. Scusi, non posso, sono fresca dal viaggio, e son moltissimo raffreddata.

LAS. Bravissima. Anche questa me l'aspettava. Il raffreddore è la solita scusa.

LUCR. No, davvero. S'ella mi farà l'onore di venire da me, vedrà ch'io sono sincera e compiacente, e il mio debole è qualche volta di esserlo anche troppo: quando una persona ha della bontà per me, mi creda, signore, so essere riconoscente. (con qualche affettazione di tenerezza)

LAS. (Ho capito. È giovane, ma sa il mestiere). Ed io vi assicuro, signora, che di me potrete fare tutto quel che vorrete. Son buon amico, e quando m'impegno, non manco.

LUCR. Favorisca. Avrebbe ella per le mani un buon parrucchiere per assettarmi il capo?

LAS. Oh, di questi non ne conosco nessuno. Io mi faccio assettar dal mio cameriere.

LUCR. E non mi potrebbe favorir del suo cameriere?

LAS. Non è buono per assettare le donne.

LUCR. Signore, e un calzolaio...

LAS. Oh per il calzolaio potrete dirlo al locandiere che so che ne ha uno, che serve la sua locanda, ed è buonissimo, ma non so dove stia, né come si chiami.

LUCR. (A quel che vedo, ci ho dato dentro).

LAS. (Con me non c'è niente da fare).

 

 

 


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