Carlo Goldoni
L'impresario di Smirne

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA   Camera in casa della signora Tognina.   Tognina e Pasqualino

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ATTO SECONDO

 

 

SCENA PRIMA

 

Camera in casa della signora Tognina.

 

Tognina e Pasqualino

 

TOGN. Caro signor Pasqualino, da qualche tempo in qua fate una gran carestia della vostra persona. Altro che dire: Tognina è la mia virtuosa, l'amo, la stimo, non anderò a cantare senza di lei, chi vuol me per tenore, deve prenderla per prima donna, e cent'altre cose tenere ed amorose. Due giorni senza venirmi a vedere? Dove siete stato questi due giorni?

PASQUAL. Sono stato...

TOGN. Non vi credo niente.

PASQUAL. Ma lasciatemi dire.

TOGN. Tacete. Credete ch'io non lo sappia, che andate gironi qua e dappertutto, fiutando tutte le virtuose del mondo? Ditemi, siete stato ancora a veder quella Fiorentina, che è capitata qui ieri sera?

PASQUAL. No; non ci sono stato.

TOGN. Ma sapete che è arrivata.

PASQUAL. Lo so.

TOGN. Ci scommetto che le avete fatto una visita.

PASQUAL. No davvero. (sorridendo)

TOGN. Ridete?

PASQUAL. Rido, perché voi supponete che tutte le ragazze mi corrano dietro.

TOGN. Oh, non dico che tutte siano di voi incantate. Non vi crediate d'essere l'idolo di Citerea. Dico che voi andate qua e , facendo lo spasimato ed il leccardino.

PASQUAL. Credetemi, Tognina...

TOGN. Tacete. So tutti i vostri raggiri.

PASQUAL. Ma voi mi mortificate...

TOGN. Guardate! povero innocentino! Non lo mortificate, il poverino. Dite, monellaccio del diancine, quanto è che non siete stato dalla Bolognese?

PASQUAL. Io? (sorridendo)

TOGN. Non ridere, galeotto, che da quella ch'io sono, se tu mi ridi in faccia, ti do un ceffone.

PASQUAL. Oh cospetto di bacco baccone! Volete ch'io ve la dica? Sono stucco e ristucco. Pare ch'io sia appo di voi un servitore pagato. Ho per voi della stima, della considerazione, dell'amore anche, se voi volete ma poi, alla fin fine, il troppo volere annoia.

TOGN. Via, via, la non si riscaldi il polmone, la non dia in frenesia. Se dico, lo dico... Lo so io perché dico. Maledetto sia quando si prende a voler bene a questi ominacci.

PASQUAL. (Eh lo so, con queste donne non conviene lasciarsi prendere la mano).

TOGN. Favorisca, signore. (con serietà)

PASQUAL. Comandi. (sorridendo)

TOGN. Anche ora ridete?

PASQUAL. Rido, perché voi sapete quanto bene vi voglio, e fingete di dubitarne.

TOGN. Sguaiataccio!

PASQUAL. Ma voi...

TOGN. Via, via, meno ciarle.

PASQUAL. Io non posso soffrire...

TOGN. Tacete, vi dico. Ho da parlarvi.

PASQUAL. Dite pure; vi ascolto.

TOGN. Meritereste che io facessi di voi quel caso che voi fate di me, e che in un'occasione simile mi vendicassi della vostra poca attenzione.

PASQUAL. Di che potete dolervi di me? Se io...

TOGN. Finiamola. Siete ancora impegnato? Avete fatto scrittura con qualche teatro?

PASQUAL. Questo è un torto che voi mi fate. Prima ch'io mi impegnassi, voi lo sapreste.

TOGN. Posso credervi?

PASQUAL. Voi mi fareste dare al diavolo.

TOGN. Sentite. Voglio farvi una confidenza. Ho promesso di non parlare; ma al mio Pasqualino non posso niente tener nascosto: promettetemi però, e giuratemi, di non dir niente a nessuno.

PASQUAL. Ve lo prometto, e potete esser sicura della mia parola.

TOGN. Il conte Lasca è venuto a farmi una visita, e mi ha detto in confidenza, e colla maggior segretezza del mondo, che è venuto in capo ad un Turco di formar una compagnia per le Smirne; che è ricco, che ci farà delle condizioni avvantaggiosissime, che io sono la prima a saperlo, e che nessun altro l'ha da sapere.

PASQUAL. Finora, per quel ch'io sento, siamo in due a saperlo, poiché il signor Conte ha fatto a me pure la medesima confidenza.

TOGN. Il conte Lasca sa che noi siamo amici, sa che io non voglio recitare senza di voi, per questo vi avrà fatto la medesima proposizione, e colla medesima segretezza.

PASQUAL. Vi ha detto il Conte qual è il posto che vi daranno?

TOGN. Oh, non c'è dubbio. Son la prima a saperlo. Son padrona di sciegliere; nessuna potrà levarmi la parte di prima donna.

PASQUAL. Se vi son due tenori, voglio essere il primo.

TOGN. Caro Pasqualino, voi siete giovane; avete un buon falsetto e de' buoni acuti, non potreste far voi la parte del primo soprano?

PASQUAL. Per qual ragione?

TOGN. Perché, caro il mio bene, mi preme che, anche quando recitiamo, facciamo all'amore insieme; si canta con più piacere l'aria tenera, quando si applica secondo l'intenzione. Se vi è un'aria che dica: Caro, per te sospiro, propriamente le si della forza quando si dice di cuore, e il popolo conosce, e giubbila, e dice: bravi.

 

 

 


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