Carlo Goldoni
L'impresario di Smirne

ATTO QUINTO

SCENA SETTIMA   Il Conte Lasca e detti.

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SCENA SETTIMA

 

Il Conte Lasca e detti.

 

LAS. Schiavo di lor signori.

NIB. Dov'è l'impresario?

CARL. Dov'è questa bestia d'Alì?

TOGN. Viene, o non viene?

ANN. Si parte, o non si parte?

LAS. Mi rallegro di vedere questa bella compagnia pronta, unita e raccolta. Il signor impresario saluta tutti, fa il suo complimento a tutti, e mi ha dato questa borsa con duemila ducati, perché io ne faccia il comparto, e a tutti ne dia a proporzione. Spero che ognuno sarà contento. (ciascheduno allunga le mani) Ma piano; prima ch'io distribuisca il danaro, deggio informarvi di un'altra cosa. Il signor impresario, stordito, affaticato dai musici, dal sensale, dal poeta e dagli operai, la notte scorsa non ha potuto dormire. Vegliando e ripensando, ha presa la risoluzione di sagrificare le spese che ha fatto fare alle Smirne; manda questi duemila ducati in regalo alla compagnia, ha profittato del vento favorevole, ed è partito per le Smirne.

TOGN. Oh maledetto impresario!

ANN. Oh cosa mi tocca a sentire!

LUCR. Piantare così una donna della mia sorte?

NIB. Presto, signor Conte, principiate a dividere i duemila ducati.

CARL. Cinquecento per me.

MACC. Ricordate che tutti ci abbiamo a bagnar la bocca. (al Conte)

LAS. Figliuoli miei, di questo danaro, se è diviso in tanti, poco a ciascheduno può toccare. Sentite una mia idea, una mia proposizione. Lo terrò io in deposito; ci servirà di fondo, voi farete una società, si farà un'opera di quelle che diconsi a carato. Ciascheduno starà al bene e al male. Se anderà bene, dividerete il guadagno, se anderà male, spero non ci rimetterete del vostro.

CARL. Io ci sono, e basto io solo per la fortuna di quest'impresa.

LUCR. Io sono la prima donna.

TOGN. Se siamo a carato, io sono anziana, e la prima voglio esser io.

ANN. Ora non siamo alle Smirne, e la cosa non deve andare così.

LAS. A monte tutte le gare e le differenze. Che la compagnia resti come è, e come era già stabilita. Se così non si accorda, intendo che la società sia disfatta, e come io ebbi dal Turco l'arbitrio e la facoltà di disporre a modo mio di questo danaro, ne farò quell'uso che mi parerà, in favore di chi sarà più docile, e punirò i prosontuosi.

LUCR. Per me, mi rimetto al signor Conte.

TOGN. Io non guasto; non voglio che dicano, ch'io son difficile.

ANN. Ci riportiamo alla cognizione ed alla bontà del signor Conte.

PASQUAL. Voi mi conoscete, e mi raccomando alla vostra protezione. (al Conte)

MACC. Anch'io mi raccomando a voi, son galantuomo, e mi contento di tutto.

NIB. Farò io da direttore, se vi contentate.

TOGN. La signora Lucrezia è mia buona amica.

ANN. Non vi sarà che dire fra noi.

LUCR. Sì, viveremo in pace. Ecco un bacio.

ANN. Ecco un bacio.

TOGN. Un bacio. (tutte tre si baciano)

LAS. Così mi piace. Così va bene. Spero che starete in pace, e che tutti contribuirete per il comune interesse. Ecco la differenza che passa fra un teatro a carato, e quello d'un impresario. Sotto di un uomo che paga, tutti sono superbi, arditi, pretendenti. Quando l'impresa è dei musici, tutti sono rassegnati, e faticano volentieri. L'Impresario delle Smirne è una buona lezione per quelli che vogliono intraprendere di tali imprese, difficili, laboriose, e per lo più rovinose.

 

Fine della Commedia

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