Carlo Goldoni
Il vero amico

L’AUTORE A CHI LEGGE

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L’AUTORE A CHI LEGGE

 

Ho promesso nella Prefazione al Padre di Famiglia di parlare dell’avventura di quella Commedia a Parigi, e di questa del Vero Amico. Eccone il preciso. Comparve in questa gran Città una Commedia, intitolata Il Figlio naturale. L’autore di essa è conosciuto nella Repubblica Letteraria per uomo di merito, di talento e di erudizione, uno di quelli che hanno meglio contribuito alla grand’opera della Enciclopedia.

Si lesse poco tempo dopo in un Foglio Periodico l’estratto di questa Commedia, e si pretese che il mio Vero Amico gli avesse somministrata la principale condotta. Sapevasi oltre a ciò che lo stesso autore doveva imprimere un’altra Commedia sua col titolo del Padre di Famiglia. Sapevasi ch’io aveva un Padre di Famiglia stampato, e si prevenne il Pubblico col Foglio suddetto del supposto secondo plagio, e per maggiormente avvalorare una simile supposizione furono immediatamente tradotte e stampate le suddette due mie Commedie. Io ho letto quelle del suddetto rispettabile autore. In quanto al Padre di Famiglia, uscito dopo la predizione, tutto il mondo può assicurarsi che non vi è alcuna somiglianza col mio, e sarebbe cosa troppo maligna il dire ch’ei l’avesse cambiato per deludere la prevenzione. Rispetto al Figlio naturale, pare in leggendolo, specialmente nelle prime scene dell’atto primo, che sia seguitata la traccia del Vero Amico. Vi è fra le altre cose una lettera simile alla mia, che forma lo stesso equivoco interessante, ma queste sono cose che possono agevolmente pensarsi da due persone che scrivono, come due Maestri di musica possono incontrarsi colla medesima idea sulle parole di un’aria.

Io era lontano assai da Parigi quando ebbe origine questa contesa che ha fatto poi tanto strepito. S’io fossi stato allora presente, sarei stato il primo a disingannare il Pubblico per parte mia, giacché non ha voluto credere sulla parola di quello che si dichiarava inventore, e che avendo date le più chiare prove del suo talento, meritava tutta la fede. Spiacemi amaramente, che senza alcuna mia colpa si è scaricato il suo sdegno contro di me. Egli ha creduto, per abbattere i suoi nemici, dover discreditare le opere mie, ed ha creato una nuova Poetica, niente per altro che per poter dire che io era un cattivo Comico; e per giustificarsi ch’egli non aveva niente preso da me, sfidava il Pubblico a poter trovare in tutte le mie Commedie una scena, che fosse degna del Teatro Francese. Non tocca a me a rispondere ad una simile proposizione. Molti, senza conoscermi, mi hanno fatto l’onore di parlare per me, e di scrivere, e di provare che pensavano diversamente; e l’accoglimento grazioso che al mio arrivo a Parigi mi ha fatto questo Pubblico stesso, mi fa credere che l’accennata Poetica non abbia fatto grande impressione. Mi accusa fra le altre cose questo Signore nella sua critica, voglio dire nella sua Poetica, d’aver introdotto nel mio Vero Amico un avaro, perché un tal carattere è stato trattato prima di me da Moliere. Conosce però egli stesso che non è questa buona ragione per farmi passar per plagiario, e vuol far credere ch’io lo abbia non solamente imitato, ma copiato, e tutto il gran fondamento per sostenerlo si riduce ad una cassetta. L’avaro di Moliere ha lo scrigno; il mio ha lo scrigno: dunque il mio avaro è la copia di quel di Moliere. Lascio giudice tutto il Mondo, se quest’argomento ha veruna forza. Qual è quell’avaro che non procuri di ammassar del danaro, e che secondo la sua condizione non abbia una cassetta o uno scrigno? Bisogna vedere se le situazioni siano copiate, se i pensieri siano gli stessi, se la condotta sia la medesima, prima di decidere se sia o non sia l’autore plagiario. È tanto differente il mio avaro episodico da quello di Moliere che è protagonista; sono sì diversamente situati e condotti, ch’io credo dover dire per prova che l’autore del Figlio naturale non ha niente preso dalla mia Commedia, ch’egli non la conosca, non l’abbia letta, o almeno almeno non l’abbia intesa. Tutte le altre cose ch’egli ha scagliato contro di me in questa tale Poetica, le dono di buon cuore all’irascibile che gli è montato alla testa, e sarei disposto a dargli tutte le marche possibili della mia stima, e di una totale dimenticanza di questo fatto. Ma in un anno e mezzo ch’io sono a Parigi, non ho mai avuto la sorte di poterlo vedere, ed io certamente non l’ho sfuggito.

Eccovi, Lettori miei gentilissimi, narrato il fatto, con quella ingenuità che avete sempre ne’ miei scritti trovata, e che sarà sempre la guida delle mie operazioni. Ho voluto istruirvi di ciò, poiché è facile che vi arrivino nelle mani i Fogli de’ quali vi ho ragionato ed è per me cosa giusta ed interessante che non crediate che tutta la Francia abbia sottoscritto ad una Poetica che m’insulta.

Dovrei ora parlarvi del mio Vero Amico, ma vi ho troppo lungamente trattenuti con questa lettera, per entrare nel dettaglio della Commedia. Leggetela, e vi troverete, io spero, il vero carattere dell’amicizia, superiore all’interesse ed alla passione. Può essere che il matrimonio di Rosaura non si accordi col desiderio di qualche cuore assai tenero, ma io non ho immaginato questa commedia per il trionfo dell’amore, ma per quello dell’amicizia; ed è sempre lodevole il sagrifizio che proviene dalla virtù. Qualche notabile cambiamento troverete anche in questa Commedia, specialmente nel carattere di Beatrice; cambiamento che mi parve necessario pel decoro del sesso amabile. Non è strana cosa, specialmente in Italia, il veder delle donne che per amore si umiliano, ma io ho creduto di render loro miglior giustizia, esentando le belle e le giovani da tal debolezza, lasciandola a quelle che per ragion dell’età hanno bisogno di raccomandarsi.


 

 

 


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