Carlo Goldoni
Il vero amico

ATTO SECONDO

SCENA TERZA

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SCENA TERZA

 

Florindo solo.

 

FLOR. Guardiamo un poco chi scrive. (apre) Rosaura Foresti. Una lettera della signora Rosaura? Mi palpita il cuore. Caro signor Florindo... Caro! A me caro? Questa è una parola che mi fa venire un sudore di morte. Giacché avete risoluto di partire... Ho creduto che ella abbia per me qualche inclinazione; ma caro? Ella mi dice caro? Ahimè... Non so più resistere. Ma piano, Florindo, piano, andiam bel bello. Non facciamo che la passione ci ponga un velo dinanzi agli occhi. Leggiamo la lettera, leggiamola per pura curiosità. Giacché avete risoluto voler partire. Caro signor Florindo... Sia maladetto questo caro! Leggo qui, e gli occhi corrono colassù. Non voglio altro caro; ecco, lo straccio e lo butto via, Giacché avete risoluto voler partire, e non sapete, o non saper fingete in quale stato voi mi lasciate... Eh sì, so tutto. Ma ho risoluto di andare, e anderò. Domattina anderò: o non saper fingete!... Certo fingo di non saperlo, ma so. Tiriamo innanzi: sono costretta a palesarvi il mio cuore. Lo palesi pure, l’ascolterò con qualche passione; ma ho fissato e deve esser così, e niente mi muoverà. Sappiate, caro signor Florindo... Oimè! un’altra volta caro! Sappiate che io... che io... non ci vedo più. Sappiate, caro signor Florindo: vorrei saltar questa parola, e non so come fare. Io, dacché vi ho veduto, accesa mi sono. Ella è accesa, ed io sono abbruciato. Accesa mi sono del vostro merito; grazie, grazie, oh povero me! E senza di voi morirò certamente... Morirà? Oh cielo! Morirà? Sì, che mora: morirò ancor io, non importa, purché si salvi l’onore. Deh! muovetevi a compassione, caro signor Florindo. Un altro caro! Questo caro mi tormenta, questo caro mi uccide. Sentirmi dir caro da una manobella, dettato da una bocca così graziosa, non posso più! Se seguito a leggere, cado in terra. Questa lettera per me è un inferno, non la posso leggere, non la posso tenere. Bisogna che io la strappi, bisogna che me ne privi. Non leggerò più quel caro, non lo leggerò più. (straccia la lettera) Ma che cosa ho io fatto? Stracciar una lettera piena di tanta bontà? Stracciarla avanti di finirla di leggere? Neppur leggerla tutta? Chi sa che cosa mi diceva sul fine? Almeno sentire il fine. Se potessi unire i pezzi, vorrei sentire che cosa concludeva; mi proverò. Ecco il caro; il caro mi vien subito davanti agli occhi; non voglio altro, non voglio altro; dica quel che sa dire, non voglio più tormentarmi; non voglio miseramente sagrificarmi. Ma che cosa pens’io di fare? Andar via senza risponderle? Senza dirle nulla? Sarebbe un’azion troppo vile, troppo indiscreta. Sì, le risponderò. Poche righe, ma buone. Siamo scoperti, convien parlar chiaro. Far che si penta di questo suo amore, come io mi pento del mio. E se Lelio vede un giorno questa mia lettera? Non importa; se la vedrà, conoscerà allora chi sia Florindo. Vedrà che Florindo per un punto d’onore è stato capace di sagrificare all’amico la sua passione. (siede al tavolino, e scrive) Come devo io principiare? Cara? No cara, perché se il cara fa in lei l’effetto che ha fatto in me la parola caro, ella muore senz’altro. Animo, animo, voglio spicciarmi. (scrivendo) Signora. Pur troppo ho rilevato che avete della bontà per me. Questa è la ragione per cui più presto partir risolvo, poiché trovando la vostra inclinazione pari alla mia, non sarebbe possibile trattare fra noi con indifferenza. L’amico Lelio mi ha accolto nella propria sua casa, mi ha posto a parte di tutti gli arcani del suo cuore; che mai direbbe di me, se io mancando al dovere dell’amico, tradissi l’ospitalità? Deh! pensate voi stessa che ciò non conviene...

 

 

 


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