Carlo Goldoni
Il vero amico

ATTO SECONDO

SCENA DICIOTTESIMA

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SCENA DICIOTTESIMA

 

Lelio e detti.

 

LEL. Oh! amico, ho piacere di qui ritrovarvi.

FLOR. Era qui... per voi, signor Lelio, per cercar di voi. (s’alza)

LEL. State fermo, non vi movete.

ROS. Signor Lelio, entrare senz’ambasciata mi pare troppa confidenza.

LEL. È una libertà che la sposa può donare allo sposo.

ROS. Questa libertà qualche volta non se la prendonotampoco i mariti.

FLOR. Mi dispiace che per causa mia...

LEL. No, niente affatto. Io prendo per bizzarrie i rimproveri della signora Rosaura. Signora, vi contentate che sieda ancor io?

ROS. Siete padrone d’accomodarvi.

LEL. Vi prenderemo in mezzo. Florindo ed io siamo due amici che formano una sola persona; volgetevi di qua e volgetevi di , è la stessa cosa.

ROS. Se è lo stesso per voi, non è lo stesso per me.

FLOR. (Neppur per me). (da sé)

LEL. Acciò abbiate meno riguardi, signora Rosaura, a trattare col signor Florindo, sappiate che egli non solo è mio amico, ma è mio congiunto.

FLOR. (Sto fresco).

ROS. Come? Vostro congiunto?

LEL. Quanto prima sposerà egli mia zia.

ROS. Signore, me ne rallegro. (verso Florindo, con ironia)

LEL. Signor Florindo, non intendo violare il segreto, comunicandolo alla signora Rosaura. Ella è donna savia e prudente, e poi, dovendo esser mia sposa, ha ragion di saperlo.

ROS. Io dunque non lo doveva sapere? (con ironia, verso Florindo)

FLOR. (Mi sento scoppiare il cuore). (da sé)

ROS. Domani non partirà per Venezia.

LEL. Oh pensate! Non partirà certamente.

ROS. Eppure m’era stato detto che egli partiva. (verso Florindo, come sopra)

FLOR. Signora sì, partirò senz’altro.

LEL. Caro Florindo, mi fate ridere. Questa è una cosa che si ha da sapere. È un mese che ha dell’inclinazione per mia zia, e solamente questa mattina lo ha palesato con una lettera.

ROS. Con una lettera? (ironicamente a Florindo)

FLOR. Per amor del cielo, non creda tutto ciò che egli dice.

LEL. Oh compatitemi! Colla signora Rosaura non voglio passar per bugiardo. Osservate la lettera che egli scrive a mia zia. (mostra la lettera a Rosaura)

ROS. Bravissimo, me ne consolo. (a Florindo, ironicamente)

FLOR. In quella lettera non vi è il nome della signora Beatrice.

ROS. Eh via, non abbiate riguardo a dire la verità. Finalmente la signora Beatrice ha del merito. Vedo da questa lettera che l’amate.

FLOR. Non mi pare che quella lettera dica questo.

LEL. Vi torno a dire, qui possiamo parlare con libertà. Siamo tre persone interessate per la medesima causa. Altri non lo sapranno fuori di noi. Ma non mi fate comparire un babbuino.

ROS. Caro signor Florindo, quello che avete a fare, fatelo presto.

FLOR. Non mi tormenti, per carità.

LEL. Sì, faremo due matrimoni in un tempo stesso. Voi darete la mano a Beatrice, quando io la darò alla signora Rosaura.

ROS. Signore, se volete aspettare a dar la mano alla vostra sposa, quando io la darò al signor Lelio, dubito che non lo soffrirà l’impazienza del vostro amore. Mio padre non mi può dare la dote, io sono una miserabile, e non conviene alla casa del signor Lelio un matrimonio di tal natura, né io soffrirei il rimprovero de’ suoi congiunti. Sollecitate dunque le vostre nozze, e non pensate alle mie. (parte)

 

 

 


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