Carlo Goldoni
Il vero amico

ATTO TERZO

SCENA VENTUNESIMA

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SCENA VENTUNESIMA

 

Florindo solo.

 

FLOR. Questo scrigno scoperto, quest’oro, questa ricchezza della signora Rosaura, è un grande accidente che fa variar d’aspetto tutte le cose, e mi mette in necessità di riflettere e di pensare. La ragione per la quale Lelio mi cedeva Rosaura, era fondata sull’immagine della sua povertà. Adesso Rosaura è ricca, l’avaro non può negarle la dote; onde, se io la sposo, non solo privo l’amico della fanciulla, ma gli tolgo una gran fortuna. Il mio amore adesso è colpevole più che mai, diventa interessato, ed io sono in grado di commettere un latrocinio, e di commetterlo al più caro amico ch’io abbia. Che cosa dunque ho da fare? Come! Vi si pensa in questa sorta di cose? Orsù, Lelio sposi Rosaura, goda la dote, consoli il suo cuore, rimedii ai disordini della sua casa. Ma come s’ha da rimediare al mal fatto? Lelio ha rinunziato al padre di Rosaura le sue pretensioni... Non importa, la scrittura non è stracciata, e la può sostenere. Ma ho promesso al signor Ottavio di sposare la figlia senza la dote, e ciò è messo in carta... Non importa, la carta non è sottoscritta, non obbliga. La maggior difficoltà consiste in persuadere la signora Rosaura. Ella mi ama, ed essendo ormai l’affare quasi concluso, sarà difficile il quietarla. Due cose vi vogliono per piegare questa fanciulla a sposar il signor Lelio: la prima, farle conoscere il suo dovere, la seconda farle perdere affatto la speranza di potermi aver per marito. Per la prima, vogliono esser parole, per la seconda, vogliono esser fatti. Animo, coraggio, bisogna fare un’eroica azione. Far che l’amore ceda il luogo alla buona amicizia. Far tutto per salvare quell’onore che è la vita dell’uomo onesto, e il miglior capitale delle persone ben nate.

 

 

 


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