Carlo Goldoni
La putta onorata

A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR CONTE DON GIUSEPPE ARCONATI VISCONTI regio feudatario di arconate, lomazzo, cerimedo, fenegrò, guanzate e rovelasca, gentiluomo di camera ed intimo attual consigliere di stato delle loro maestà imperiali, consigliere nel supremo consiglio d’italia e commissario generale de’ confini dello stato di milano, altro de’ signori lx. decurioni di quell’eccellentissimo general consiglio e regio l. t. del v. spedal maggiore della medesima città di milano ecc.

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A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR CONTE DON

GIUSEPPE ARCONATI VISCONTI

regio feudatario di arconate, lomazzo, cerimedo, fenegrò, guanzate e rovelasca, gentiluomo di camera ed intimo attual consigliere di stato delle loro maestà imperiali, consigliere nel supremo consiglio d’italia e commissario generale de’ confini dello stato di milano, altro de’ signori lx. decurioni di quell’eccellentissimo general consiglio e regio l. t. del v. spedal maggiore della medesima città di milano ecc.

 

Io, per dir vero, del numero di quei non sono, che possano la ragione della fortuna lagnarsi. Ella mi ha fatto sempre del bene, e me lo ha fatto anche quando meno lo meritavo, e mi ha ella porta la mano più d’una fiata a risorgere, qualora ingrato a’ suoi doni le voltai, per così dire, le spalle.

Pregiatissimo dono della fortuna rimarco io l’onor massimo dell’alto Patrocinio vostro, Eccellentissimo Signore, onore e dono che io confesso non meritare, e che di custodir mi prefiggo gelosamente quanto la mia medesima vita, giacché del pari nell’animo mio risento il piacer di essere, e quello di essere cosa vostra.

Quelli che hanno l’immagine della fortuna nell’oro e nell’argento e nella vita comoda collocata, si rideranno di me, che in mezzo alle fatiche e alli stenti, e assai mediocremente in arnese, e incerto sempre del mio destino, fortunato mi vanto; ma io conosco me stesso, e so di meritar molto meno, e assaissimo mi compiaccio di quel cortese compatimento, che dall’Universale esigono le mie fatiche; e molto più di consolazione mi empie e di giubilo, quello che degnossi di accordarmi l’E. V., Cavaliere di tanta scienza ripieno, e di sì fino discernimento, i di cui giudizi possono assicurar chi che sia nel dubbio e incerto cammino della Virtù e del Merito.

Fu nel mese di Giugno dell’anno scorso ch’io ebbi la prima volta l’invidiabil contento di baciarvi la mano, e di vedere cogli occhi miei nel vostro venerabile aspetto i raggi luminosi di quella grand’anima, che ripiena di tutte le morali virtù rende Voi la delizia della vostra gran Patria, l’esempio dell’uomo nobile e del vero Cavaliere Cristiano.

Oh qual giornata per me felice fu quella! Non so ricordarmene senza novello giubilo, facendo in me una tal rimembranza l’effetto che suol produrre nei ciechi l’immagine delle più belle e più rare cose vedute.

In fatti, se io sapessi descrivere le delizie della vostra Villa di Castellazzo (ove in quel felice giorno vi trovai), cose avrei a scrivere degne di maraviglia, né poche pagine basterebbono a dare altrui un’idea vera di tutte quelle magnifiche cose, che formano un soggiorno degno di Voi.

La vastità del palazzo, la ricchezza delle suppellettili, la estensione del gran giardino, in cui si vedono variamente architettati e distinti i più bei verdi d’Italia; la quantità delle fontane e de’ giochi d’acqua, tuttoché procurata dall’arte ed estratta di sotterra a forza di macchine, e mantenuta con una eccedente spesa; il parco de’ cervi; il serraglio delle fiere, il grato e scelto pomario; la biblioteca, ricca di scelti e copiosi libri; la camera delle Matematiche, in cui si vedono tutte le più scelte macchine che servono allo studio ed alle esperienze della meccanica Filosofia; una Statuaria di antichi celebrati marmi, fra’ quali ammirasi la magnifica statua colossale di Pompeo, la quale dal Campidoglio di Roma con immensa spesa fu trasportata dal vostro grand’Avo ad arricchire la Lombardia con uno de’ più preziosi avanzi dell’antichità, cose queste son tutte che richiederebbono altro luogo per essere scritte, ed altra mano che le scrivesse; cose elleno sono, che richiamano tutto giorno e i lontani e i vicini all’ammirazione, e voi con tanta umanità e cortesia trattar solete i quotidiani numerosi Ospiti vostri, ai quali non manca mai, nel tempo della Vostra villeggiatura, né lauta mensa, né agiato riposo, né musica, né altri piaceri di questa vita, il condimento dei quali si è la Vostra erudita, graziosa, amabile conversazione.

E non dovrò io render grazie alla mia fortuna per avermi ella fatto partecipe di tante sì rare cose ? Sì, che le sarò sempre grato, ed or piucché mai, poiché fortuna sola, e non grado alcuna di merito fa sì ch’io possa porre in fronte ad una delle miserabili mie Commedie il nome grande, il venerabile nome di V. E., e fregiando in sì alto modo le imperfette Opere mie, tentar gloriosamente gli auspici di un Protettore eccelso e magnanimo.

Ma no, non è questo puro dono della fortuna; egli è, Eccellentissimo Signore, un tratto della vostra benignità, la quale non sa che spargere a larga mano le beneficenze e le grazie, e Voi formate la fortuna di quelli che vi servono, riconoscono, e ammirano da vicino le Vostre peregrine virtù.

Che manca in Voi di ammirabile e grandioso? Non la antichità del sangue, il quale sino nel decimoquarto Secolo sparso fu da’ gloriosi Vostri Antenati a pro della Patria, ed in servigio di Filippo Maria Visconti Duca di Milano.

Non grado e dignità, poiché tante ne ha profuse in Voi l’imperadore Carlo Sesto, e tante la Invitta e Gloriosa Regina Vostra Sovrana, che vi rendono in altra guisa noto al Mondo e ragguardevole per ogni dove.

Non virtù, non valore, non ottima, regolata prudenza, onde negli affari economici, politici e militari, e nei Consigli e nei Governi ove foste con tanto merito destinato, deste saggio mai sempre di pronto spirito e di robustezza di animo, e sopra tutto di dolce adorabile benignità, la quale siccome è a Voi medesimo la virtù prediletta, così porge a me la dolce lusinga, che aggradire vi degnerete quest’umile offerta dell’ossequioso rispetto mio, concedendomi ch’io possa in faccia del Mondo gloriarmi di essere, quale con profonda umiliazione ho l’onore di protestarmi

 

Di V. E.

 

Torino, il primo di Maggio 1751.

 

Umiliss. Devotiss. ed Obbligatiss. Serv.

Carlo Goldoni



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