Carlo Goldoni
L'adulatore

ATTO PRIMO

SCENA TERZA

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SCENA TERZA

 

Donna Luigia e don Sigismondo

 

LUIG. Che dite, segretario, dell’indiscretezza di mio marito?

SIG. In verità io mi sentiva agghiacciar il sangue.

LUIG. L’altre vanno col tiro a sei, ed io anderò col tiro a quattro?

SIG. Sarebbe una mostruosità.

LUIG. Una dama della mia sorte?

SIG. Una delle prime famiglie d’Italia.

LUIG. Una Governatrice?

SIG. Ha da comparire con più pompa assai dell’altre.

LUIG. Il tiro a sei lo voglio assolutamente.

SIG. È giusto: l’averà.

LUIG. Ditemi, con sessanta doppie troveremo due cavalli da accompagnare i quattro della mia carrozza?

SIG. Li troveremo.

LUIG. Mi fareste voi il piacere di provvedermeli? Non mi fido d’altri che di voi.

SIG. Grazie a V. E. della confidenza che ha di me. La servirò con tutta attenzione.

LUIG. Per dirvela, è venuto l’altr’ieri il cassiere della Comunità; ha portate sessanta doppie; mio marito non c’era, l’ho prese io, e me ne voglio servire.

SIG. Fa benissimo. Finalmente le impiega per onor proprio, e per onor della casa.

LUIG. Manco male che voi, che siete un uomo savio, me l’approvate.

SIG. L’approvo, è verissimo; ma per amor del cielo, avverta, non dica nulla al padrone, perché se mi prende in sospetto ch’io sia del di lei partito, non averò più la libertà di servirla.

LUIG. Dite bene, non lo saprà. Ecco le sessanta doppie, vi prego trovarmi presto questi due cavalli.

SIG. Sarà immediatamente servita. Ma favorisca, in grazia, come va l’affare del Conte colla signora Isabella?

LUIG. Guardate che pazzia si è posta in capo quel caro Conte. Trovandosi egli di passaggio in Gaeta, e trattato da mio marito per una raccomandazione di Napoli, si è perdutamente innamorato di me. Vede ch’io son maritata, vede che dalla mia onestà non può sperar cosa alcuna, ed egli ha risoluto voler per moglie Isabella mia figlia.

SIG. Segno ch’egli ama in V. E. la nobiltà del sangue, la virtù, la bontà, tutte cose che averà ella comunicate alla figlia.

LUIG. Ma vi pare ch’io possa avere una figlia da marito?

SIG. Questo è quello che mi ha fatto maravigliare, quando ho sentito parlare di questo matrimonio. Come mai, diceva fra me medesimo, la mia padrona può avere una figlia da marito?

LUIG. È vero che io mi sono maritata di undici anni e mezzo, ma non sono altro che dieci anni, che ho marito.

SIG. (E sua figlia ne ha diciotto). (da sé)

LUIG. Sarà un bel matrimonio ridicolo.

SIG. Io giuoco che da V. E. alla signora Isabella non distingueranno chi sia la sposa.

LUIG. Tutti dicono che siamo sorelle.

SIG. Ed io, sia detto con tutto il rispetto, se fossi un cavaliere e avessi a scegliere fra loro due, mi attaccherei più volentieri alla madre.

LUIG. Oh che caro segretario! Isabella non ha giudizio, e pure, quando sente parlare di matrimonio, si consola tutta.

SIG. Di quell’età?

LUIG. Ora nascono colla malizia in corpo.

SIG. Ma non è maraviglia, se si è maritata tanto bambina anche la madre.

LUIG. Don Sigismondo, siete amico voi del conte Ercole?

SIG.signora, egli mi ha fatte delle confidenze.

LUIG. È ricco?

SIG. Moltissimo.

LUIG. Mi pare anche disinvolto e grazioso.

SIG. Egli è romano, ed ha tutto il brillante di quel paese.

LUIG. Peccato ch’egli si perda con quella scimunita d’Isabella.

SIG. Ma se V. E. è tanto rigorosa e severa, che nulla vuol avere di condescendenza per lui, credo lo faccia per una specie di disperazione.

LUIG. Sentite, faccio a voi una confidenza, che non la farei ad altra persona di questo mondo. Il Conte è una persona ch’io stimo e venero infinitamente; sono donna onorata; ma tutto quello che può sperarsi da una moglie nobile ed onestissima, forse forse l’averà egli da me.

SIG. Perdoni la mia ignoranza; sono all’oscuro affatto di questa bellissima specie di condescendenza. Un cavaliere che ama, non so che cosa possa sperare da un’onestissima moglie.

LUIG. Non importa che voi lo sappiate. Fra il Conte e me c’intendiamo perfettamente.

SIG. Dice bene; questi arcani non sono accessibili alla gente bassa.

LUIG. Bastami che voi, don Sigismondo, troviate il modo di farglielo gentilmente sapere.

SIG. Lo farò con tutto lo spirito, con tutta la cautela.

LUIG. Non fate sinistro concetto di me, poiché vi assicuro che i miei sentimenti sono onestissimi.

SIG. Di ciò ne sono più che certo. Ella ama onestissimamente il signor Contino.

LUIG. No; non è l’amore, che m’induca a procurarmi l’acquisto del cuor del Conte. Ma il mio decoro non soffre vedermi ancora preferita la figlia. Può credere alcuno ch’ella sia in un’età da far ritirar la madre dal più bel mondo ed io troppo presto altrui cedendo il mio loco, tradirei me stessa, calpestando il più bel fiore dell’età mia. Don Sigismondo, m’avete inteso. (parte)

SIG. Bel carattere è questo! Invidiosa sino della propria figlia. Le madri amano i loro figliuoli, sin tanto che questi non recano danno alla loro ambizione; e il piacere che provano nel vedere i figli de’ loro figli, vien loro fieramente amareggiato da quel brutto nome di nonna. Ma si lasci la Governatrice co’ suoi catarri, e pensiamo a noi. Eccomi in una carriera che mi promette la mia fortuna, scortato dalla dolcissima adulazione. Questo è il miglior narcotico per assonnare gli spiriti più vigilanti. Eccomi con questa ingegnosa politica fatto padrone del cuore del Governatore, secondando la sua pigrizia, e di quello della di lui moglie, adulando la di lei invidiosa ambizione. Queste imprese sono a buon porto: non mi resta, per esser felice, che superare l’ostinata avversione di donna Elvira, la quale, troppo innamorata di suo marito, non soffre le mie adorazioni. Ma la staccherò dal suo fianco, la ridurrò in necessità d’aver bisogno di me e otterrò forse dall’artifiziosa simulazione quello che sperare non posso dall’amore dalla servitù e dal denaro medesimo, il quale suol essere per lo più la chiave facile per ispalancare ogni porta. (parte)

 

 

 


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