Carlo Goldoni
Gli amanti timidi

ATTO PRIMO

SCENA SECONDA   Roberto agitato, ed il suddetto.

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SCENA SECONDA

 

Roberto agitato, ed il suddetto.

 

ROB. Arlecchino.

ARL. Signor.

ROB. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. Sior no, nol s'ha visto.

ROB. Bisogna ritornare da lui; dirgli che mi preme il ritratto: che se non l'ho prima del mezzogiorno, non mi serve più.

ARL. El ritratto so ch'el giera fenìo. So che no mancava altro che metterlo... Come se dise? Sì, in t'una scattola, in t'un stucchio.

ROB. E bene, egli si è incaricato di assistere alla fattura, mi ha promesso di mandarmelo avanti sera; ma io ne ho bisogno prima del mezzogiorno.

ARL. Caro sior patron, perché sta gran premura? Da oggi a doman...

ROB. Questa sera deggio partire...

ARL. Sta sera? (con ansietà)

ROB. Sì, che il baule sia all'ordine per questa sera.

ARL. (Oh poveretto mi!) Per dove, sior patron? (patetico)

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Mo perché cussì, co sto precepizio?

ROB. Sono dieci giorni che doveva esserci andato. Mio zio è moribondo; ed oltre all'affetto e al debito che mi sprona, vi è anche il mio proprio interesse. Sai ch'egli mi ha tenuto luogo di padre, e che dal suo testamento dipende lo stato mio.

ARL. Sior sì; ma avè mandà el camerier: aspettè che Federigo torna da Roma, o che almanco el ve scriva.

ROB. Non vi è tempo da perdere; ho ricevuto lettere questa mattina, che mi assicurano essere la malattia acuta, e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va subito dal pittore.

ARL. No la va fora de casa sta mattina?

ROB. Sì, anzi; ho degli affari moltissimi.

ARL. E no la vol che la vesta?

ROB. Non so dove m'abbia la testa. Presto, vestitemi, e poi andate.

ARL. (Gli leva l'abito che ha; lo veste, e gli tutto il bisogno; e frattanto parlano come segue) Lo sali qua in casa, che la va via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è ancor di buon'ora.

ARL. Cossa dirà siora Dorotea? (vestendolo, come sopra)

ROB. Son certo che sentirà della pena, ed io ne sono mortificato; ma è meglio così: è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Mo perché meggio? Per cossa? Se vussiorìa vol ben, per cossa no ghe la domandelo a so sior padre?

ROB. E come vuoi che ardisca di domandargliela? Tu conosci mio zio; sai qual sia la sua delicatezza: si offenderebbe s'io lo facessi senza parteciparglielo; ed il signor Anselmo medesimo non me l'accorderebbe senza essere da mio zio prevenuto.

ARL. E ben! che la ghe lo scriva al sior zio.

ROB. Sciocco! Adesso ch'è moribondo?

ARL. Ghe domando perdon; se la savesse quanto che me despiase a lassar Bologna!

ROB. E perché?

ARL. Cussì... No so gnanca mi.

ROB. Hai tu ancora qualche amoretto?

ARL. Oh! mi amoretti? (vergognandosi)

ROB. Oh! via, va a vedere di questo ritratto.

ARL. Me par che i abbia battù alla porta dell'anticamera.

ROB. Va a vedere.

ARL. (Poveromo mi! Tutte le mie speranze xe andade in fumo). (da sé; va a vedere alla porta) Oh! via, che la se consola, che xe qua el servitor del pittor.

 

 

 


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