Carlo Goldoni
Gli amanti timidi

ATTO PRIMO

SCENA QUARTA   Arlecchino e Giacinto

Precedente

Successivo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

SCENA QUARTA

 

Arlecchino e Giacinto

 

GIAC. (Mi pare abbia dato qualche ordine in mio favore). (da sé)

ARL. El me padron m'ha ordenà de darve una piccola recognizion per el vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Tolè, amigo, per l'acquavite. (allunga la mano per dargli il danaro)

GIAC. Oh! non s'incomodi. (ritirasi un poco; ma poi allunga la mano)

ARL. Senza cerimonie.

GIAC. Per non ricusar le sue grazie. (prende il danaro)

ARL. Compatì, se i xe pochi. Anca nu gh'avemo delle spese.

GIAC. Oh! che cosa dice? Vossignoria è troppo compito. Corrisponde l'animo liberale all'aspetto gentil, manieroso.

ARL. Oh! troppa bontà; mi no gh'ho nissun merito. Eseguisso i ordeni del mio patron.

GIAC. È vero, capisco benissimo; ma vi sono de' servitori che vorrebbero tutto per loro, che fanno scomparire i padroni, e che strapazzano i galantuomini in vece di ricompensarli.

ARL. Oh! mi, compare, no son de quelli. Poveromo, ma galantomo.

GIAC. Ne son sicurissimo. Subito che ho veduto la vostra fisionomia, mi è piaciuta infinitamente. Mi è restata impressa per modo tale... Aspettate un momento. (Tira fuori un astucchio da ritratto, simile a quello di Roberto, e l'apre) Conoscete questo ritratto?

ARL. Come! La mia figura! (con ammirazione)

GIAC. Ah! Vi pare che vi somigli?

ARL. Sangue de mi, el me someggia terribilmente.

GIAC. Ve lo diceva io, che per li ritratti vi vuole un dono di natura particolare?

ARL. Ma chi l'ha fatto sto ritratto?

GIAC. Il vostro umilissimo servitore. (annunziando se stesso)

ARL. Vu? (guardandolo bene)

GIAC. Vi pare impossibile perché mi vedete con questa livrea? Ho del genio, ho del talento per la pittura; e un giorno farò anch'io la mia figura nel mondo.

ARL. Ve stimo infinitamente. Circa al dessegno, mi no me n'intendo; ma per someggiar, el someggia.

GIAC. Ciascuno ha il suo talento particolare.

ARL. Ma come aveu fatto? Come diavolo m'aveu depento, senza che lo sappia? senza che me n'accorza?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva il vostro, fingendo io di ripulire le tavolozze, lavorava guardandovi segretamente. Questo si chiama un ritratto rubato; e questa sorta di furti fanno onore ai ladri della mia abilità.

ARL. Me consolo della vostra abilità. Tolè, amigo, e andè che un omo de garbo. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... (ritirandosi un poco indietro)

ARL. Cossa?

GIAC. Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria.

ARL. Per mi?

GIAC. La prego di riceverlo, e di aggradirlo.

ARL. Ricusar un presente sarave un'inciviltà. No so cossa dir; no lo merito, ma ve ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. Tegnirò memoria de vu, e a Roma parlerò de vu.

GIAC. (Guardandolo attentamente) Tre o quattro giorni di lavoro li sagrifico assai volentieri. (mortificato)

ARL. In verità, ve son infinitamente obligà.

GIAC. La prego solamente di aver in considerazione la spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astucchio, della legatura.

ARL. Sior sì, gh'avè rason; no gh'aveva pensà. Quanto valerà tutta sta gran spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. (Ho capio). (da sé) Vedè ben, un povero servitor no pol corrisponder come meritè. (mette la mano in tasca)

GIAC. Oh! signore... né io pretendo ch'ella mi paghi il ritratto.

ARL. Lo ricevo come un presente; e per le piccole spese, tole. (gli un testone)

GIAC. Perdoni. (lo ricusa mostrandosi malcontento)

ARL. Come! El xe un teston; tre paoli. Ve par poco tre paoli?

GIAC. Perdoni. (come sopra)

ARL. Ma cossa aveu speso? Disè, parlè.

GIAC. Né tutto donato, né tutto pagato... Io non le domando né sei, né otto, né dieci zecchini. Il suo padrone ha pagato il ritratto dodici zecchini, e non somiglia quanto il mio... A far la cosa miserabile... per essere vossignoria... mi darà tre zecchini.

ARL. Amigo, tolè el vostro ritratto. (lo prende dal tavolino, e glielo vuol rendere)

GIAC. Ma io l'ho fatto per lei. (ritirandosi un poco)

ARL. Ma mi no ve l'ho ordenà.

GIAC. È vero; ma il ritratto è suo.

ARL. O mio, o vostro, mi no voggio spender tre zecchini.

GIAC. Per un ritratto di questa sorta! (sempre senza scaldarsi)

ARL. E chi v'ha dito de farlo? Chi ve l'ha domandà? Per cossa vegnìu a offerirmelo? Per cossa me voleu obligar a riceverlo?

GIAC. Perché l'ho fatto per lei.

ARL. E mi ve digo che no lo voggio.

GIAC. Vossignoria lo prenderà. (con flemma)

ARL. La mia signoria no lo prenderà. (scaldandosi)

GIAC. Son sicuro che lo prenderà. (con flemma)

ARL. Debotto me vien voggia de buttarlo zo del balcon.

GIAC. È roba sua; ne può far quel che vuole... (con flemma)

ARL. Me faressi vegnir el mio caldo. Tolè el vostro ritratto. (glielo vuol dare per forza)

GIAC. È roba sua. (ritirandosi modestamente)

ARL. Ma mi no lo pagherò. (in collera)

 

 

 


Precedente

Successivo

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License