Carlo Goldoni
Gli amanti timidi

ATTO TERZO

SCENA QUARTA   Carlotto ed il suddetto.

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SCENA QUARTA

 

Carlotto ed il suddetto.

 

CARL. Vengo a dirvi per parte del vostro padrone...

ARL. A proposito. Ve recordeu del ritratto che gh'avevi in man, e che m'avè ?

CARL. Sicuro che me ne ricordo.

ARL. Che ritratto gièrelo?

CARL. Il vostro ritratto.

ARL. El mio? Certo, certo el mio?

CARL. Il vostro sicuramente, il vostro. È ben facile a conoscere il vostro ritratto.

ARL. (Ah! la xe cussì senz'altro. Camilla l'ha tolto, Camilla l'ha avudo ela. Chi sa? Spero ben). (da sé) E cussì dove xelo el mio patron? (a Carlotto)

CARL. L'ho incontrato per istrada vicino alla posta de' cavalli, e mi ha pregato di dirvi che teniate tutto pronto, perché da qui a un'ora al più vuol montare in sedia.

ARL. (Ah! pazienza). (da sé) Che 'l vegna co 'l vol; la roba xe all'ordene. (afflitto)

CARL. Mi pare che siate assai melanconico.

ARL. Sior sì, gh'ho qualcossa per la testa.

CARL. Via, almeno negli ultimi momenti che siete per partire, prevaletevi di un buon amico. Ditemi, se avete qualche premura. Datemi qualche commissione; vi servirò di buon cuore.

ARL. (Se podesse fidarme de costù!) (con allegria affettata)

CARL. Ho poca fortuna con voi. Vi sono amico, e non lo credete. (Vo' veder se posso tirarlo giù). (da sé)

ARL. (Ma o de lu, o de un altro, bisogna ben che me fida de qualchedun). (da sé)

CARL. Se avete qualche impegno, qualche interesse, qualche amoretto... siamo uomini alfine. Confidatevi, e non dubitate.

ARL. (El mal xe, che me vergogno de far saver che no so lezer). (da sé)

CARL. Capisco dalla vostra confusione, dal vostro silenzio, che siete imbarazzato, dubbioso. Voi mi fate un gran torto, se non vi fidate di me. È segno manifesto che non mi siete amico.

ARL. Sior sì, me fido de vu, son vostro amigo, e per darve una prova della mia amicizia, tolè, lezè sta lettera. (gliela )

CARL. Questa lettera viene a voi. (osservando la soprascritta)

ARL. La vien a mi.

CARL. E non l'avete nemmeno dissigillata?

ARL. No, ve la confido tal e qual come che l'ho ricevuda.

CARL. Sapete che cosa contenga?

ARL. Mi no so gnente.

. E volete ch'io la legga prima di voi?

ARL. Sì, perché se ghe fusse qualche cattiva nova per mi me ne dirè el contenuto in succinto.

CARL. (Ci scommetto che non sa leggere). (da sé)

ARL. (Se podesse scansar la vergogna...) (da sé)

CARL. Eccola aperta. (apre la lettera)

ARL. Chi la scrive?

CARL. Non vi è alcuna sottoscrizione.

ARL. Ma pur?

CARL. Tenete. Voi capirete dal contesto della lettera... (gli vuol dar la lettera)

ARL. No, feme sto servizio, lezèla vu.

CARL. Ci potrebbe essere qualche cosa, che non vi convenisse di far sapere, tenete.

ARL. Gh'ho la testa confusa. Gh'ho mal ai occhi. Favorime de lezer vu.

CARL. (Ho capito. Non sa leggere, e si vergogna) (da sé)

ARL. Via, disème quel che la contien.

CARL. Aspettate. Il carattere è un poco difficile da rilevare. (Corpo del diavolo! Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla). (da sé, fremendo)

ARL. Me despiaseria che no savessi lezer. (a Carlotto)

CARL. Datemi tempo, e la leggerò. È una donna che scrive. (ad Arlecchino)

ARL. Una donna? (con premura)

CARL. Sì, parla di ritratto... dice che vi rimanda il vostro ritratto. L'avete dato a qualcheduna il vostro ritratto?

ARL. Mi no; cossa dìsela? cossa dìsela? Disème le precise parole.

CARL. Aspettate, perché il carattere è sì difficile... qui ci si vede poco... bisogna ch'io mi approssimi alla finestra. (si tira da una parte)

ARL. (Chi mai pol esser sta donna che me scrive? Camilla? Chi sa? Se poderave anche dar. Son curiosissimo de saver... e no so lezer! E bisogna che me fida!) (da sé)

CARL. Capitatomi nelle mani per accidente il vostro ritratto, ve lo rimando, perché mi credo indegna di possederlo. (legge da sé piano, che Arlecchino non capisca; ma in maniera che il popolo senta) (Sì, è Camilla che scrive. Non si crede degna di possederlo? Sentiamo il resto). (da sé)

ARL. E ben, cossa dìsela?

CARL. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (ad Arlecchino, cambiando il senso della lettera)

ARL. Cussì la dise? (mortificato)

CARL. (Torna a ritirarsi in disparte)

ARL. (Oh questa è bella! Se no la sa cossa far del mio ritratto, ghe giera bisogno che la me scrivesse una lettera per strapazzarme?) (da sé)

CARL. Confesso che la leggiadria del ritratto potrebbe farmi accendere dell'originale. (legge, come sopra) (Bravissima! Ora capisco tutto). (da sé)

ARL. E cussì, gh'è altro?

CARL. Datemi tempo. Il carattere è indiavolato, cattivo, indegno. (fremendo per altra ragione; poi legge piano)

ARL. (Qualcheduna che se tol spasso de mi. Pazienza! Camilla no credo mai. Voggio ben ch'ela no la ghe pensa de mi; ma no la credo capace de maltrattarme cussì). (da sé)

CARL. (Ecco tutto il segreto. Lo ama, e non lo vuol dire. Ecco le belle parole, i bei sentimenti. (da sé, legge) Siate sicuro che vi amerà sempre la vostra fedele, ma sfortunata Incognita. Oh! Signora incognita, voglio accomodarvi io come va). (da sé)

ARL. Aveu gnancora capìo, aveu gnancora fenìo?

CARL. Sì, ho letto tutto, ho capito tutto. (inquieto)

ARL. E cussì, cossa dìsela?

CARL. Vi amo troppo per dirvi in faccia il contenuto di questa lettera.

ARL. N'importa; disè quel che la dise. Vu no ghe n'avè colpa.

CARL. È una donna che scrive; ma una donna superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata, e mi fa rabbia, e mi si scalda il sangue per causa vostra.

ARL. Cossa mai porla dir?

CARL. E mi par di conoscerla; e ci scommetto la testa ch'è quella che dico io.

ARL. Chi credeu che la sia?

CARL. A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. A nissun.

CARL. Ma se ora ve lo rimandano, qualcheduno l'ha avuto.

ARL. Ve dirò. L'ha avudo in te le man Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, che sprezza tutti: pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Vi siete dichiarato ammirator del suo merito, incantato delle sue bellezze, spasimante dell'amor suo?

ARL. Mai nissuna de ste cosse.

CARL. Ora capisco da che procede la sua animosità; intendo ora il fondamento di questa lettera indegna.

ARL. Indegna?

CARL. Ha fatto lo stesso con me. Pretendeva ch'io la servissi, ch'io l'adorassi. Ha veduto ch'io non mi curava di lei; mi ha perseguitato alla morte.

ARL. Camilla?

CARL. La signora Camilla.

ARL. Ma cossa dìsela in quella lettera?

CARL. Dispensatemi...

ARL. No; ve prego, disème.

CARL. Sentite le belle cose che dice... Già avete inteso che vi rimanda il ritratto, perché non sa cosa farne.

ARL. Ho capìo.

CARL. Seguita dicendo: (finge di leggere) Vi consiglio di darlo a chi fa galleria di cose ridicole...

ARL. El mio ritratto?

CARL. Il vostro ritratto. (seguita a fingere di leggere) Io ne faccio quella stima che faccio dell'originale...

ARL. Dell'original!

CARL. Ecco qui. Dell'originale. (compitando)

ARL. Capisso benissimo.

CARL. Sentite. (come sopra) E se mai aveste la pazzia di credere ch'io avessi della stima e dell'amore per voi, siate sicuro che si burlerà sempre di voi l'Incognita che vi scrisse.

ARL. Cussì la dise? (agitato)

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. E credeu che sia Camilla, che l'abbia scritta?

CARL. Non lo so di certo; ma ci giocherei quanto ho al mondo. E poi ella ha avuto il vostro ritratto nelle mani, e non può venir che da lei.

ARL. Ghe l'ho esibìo, e no la l'ha volesto.

CARL. Perch'è superba.

ARL. E la me scrive ste impertinenze?

CARL. Perch'è prosontuosa.

ARL. Deme quella lettera. (rissoluto)

CARL. Cosa volete farne?

ARL. Avanti che vaga via, avanti che vegna a casa el patron, ho ancora tempo de véder ste impertinenze, e de buttarghe in fazza sta lettera stomegosa.

CARL. E un uomo come voi, darebbe in simile debolezza? Non sapete voi che colle donne si ha sempre torto? Non prevedete ch'ella negherà di averla scritta; e che un uomo, per offeso che sia, non può gettar una lettera in faccia di una donna, benché lo meriti?

ARL. Xe vero, ma poderò almanco mortificarla...

CARL. Eh! via, usate in questo caso la prudenza e la noncuranza. Questa sorta di lettere si disprezzano, si scordano, e per non ricordarsene più, si fa così, si stracciano... (comincia a stracciare)

ARL. No, fermève. (vuol trattenerlo)

CARL. Si fanno in pezzi. (seguita)

ARL. Ma no, ve digo...

CARL. Si mandano al diavolo, e si sbandiscono dalla memoria. (finisce di stracciare, e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma per cossa seu cussì infurià?

CARL. Perché? Per l'amicizia che ho per voi; per l'ira che ho contro simili soverchierie; perché mi spiacerebbe vedervi esposto a novelli insulti, e per insegnarvi come si trattano le lettere di questa specie. Amico, l'avete voluto; vi ho servito secondo la mia intenzione. (parte)

 

 

 


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