Carlo Goldoni
Gli amori di Zelinda e Lindoro

ATTO SECONDO

Scena Terza. Zelinda e Lindoro

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Scena Terza. Zelinda e Lindoro

 

LIN. Presto, presto, mia cara, istruitemi delle vostre avventure. Come siete voi qui? Che fate voi del baule?

ZEL. Vi dirò in due parole. Non sono più in casa del signor Don Roberto...

LIN. Tanto meglio per me. Come ne siete sortita?

ZEL. Sono stata licenziata.

LIN. Da chi?

ZEL. Dalla padrona.

LIN. Perché?

ZEL. Vi dirò, la signora Donna Eleonora...

LIN. No, no, non perdiamo tempo per ora; mi racconterete ciò con più comodo. Pensiamo ora a quello che più c'interessa. Dove pensate voi di ricoverarvi?

ZEL. Non lo so. Mi aveva esibito il facchino... Ma ora che ho avuta la fortuna d'incontrarvi... Dove siete voi alloggiato?

LIN. La necessità mi ha determinato...

ZEL. Non pensiate già ch'io concepisca il disegno di dimorare con voi, finché non siamo marito e moglie.

LIN. Sì, avete ragione: ma pure eravamo insieme in casa di Don Roberto.

ZEL. Altra cosa è il servire in una medesima casa, altra cosa sarebbe vivere insieme senza una positiva ragione.

LIN. La sorte in questo ci è favorevole. Potreste tentare di venir a servire nella casa dove io sono collocato.

ZEL. Avete già trovato un impiego?

LIN. Ah sì, ma qual impiego! ho rossore a dirvelo.

ZEL. È cosa che vaglia a disonorarvi?

LIN. No, fintanto ch'io non son conosciuto. Vi dirò la cosa com'è. Sortito di casa di Don Roberto, ho incontrato a caso Giannino, il garzon del librajo; gli ho confidato la mia situazione, si è interessato per me. Mi ha condotto da una signora del suo paese. Ella avea bisogno d'un cameriere. Ho avuto qualche ripugnanza dapprima, ma poi pensando ch'io non poteva senza un appoggio sussistere, veggendo la difficoltà di potermi impiegare onorevolmente, temendo di non più rivedervi, ho accettato il partito, e mi sono accomodato per cameriere.

ZEL. Povero il mio Lindoro! E tutto questo per me!

LIN. Che non farei, mia cara, per voi?

ZEL. E come dite voi che la fortuna ci potrebbe aiutare?

LIN. La mia padrona ha bisogno ancor d'una cameriera... Se vi riuscisse di entrarvi?...

ZEL. Volesse il cielo! Ma in qual maniera poss'io condurmi?

LIN. Vi dirò. Ho sentito dire ch'ella si è raccomandata per questo a certa donna che chiamasi la Cecchina che fa la rivenditrice, ed abita vicino al luogo che si chiama il Bissone. Informatevi di lei, cercatela, parlatele, fatevi proporre; e son certo, che se la signora Barbara vi vede, vi prende subito al suo servizio.

ZEL. Si chiama la signora Barbara la vostra padrona?

LIN. Sì, questo è il suo nome.

ZEL. E la sua condizione?

LIN. Il giovane suo paesano mi assicura ch'ella è la figlia unica di un negoziante di Torino, che per disgrazia ha fallito; ma trovandosi ella in necessità come noi, si approfitta della musica che ha appresa per passatempo, ed esercita la professione della cantatrice.

ZEL. Io non disapprovo il mestiere, quando onestamente sia esercitato; ma assicuriamoci bene...

LIN. Giannino mi ha prevenuto, ch'ella è la più saggia e la più onesta giovane di questo mondo.

ZEL. Quand'è così, non avrò alcuna difficoltà di propormi.

LIN. Oh bella cosa sarebbe che ci trovassimo nuovamente insieme!

ZEL. Direi che la sorte mi è più favorevole che contraria.

LIN. Vi amo tanto!

ZEL. Siete sì ben corrisposto!

LIN. Ma andate subito, cara, andate. Vi sovvenite voi di Cecchina?

ZEL. Sì, so benissimo. Al Bissone. Non perdo tempo... (vuol partire, poi si ferma) Ma che farò frattanto del mio baule?

LIN. Consegnatelo a me. Lo farò portare in casa della padrona. Dirò ch'è la roba mia.

ZEL. Va benissimo. Ehi, galantuomo. (alla scena)

 


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