Carlo Goldoni
Gli amori di Zelinda e Lindoro

ATTO TERZO

Scena Ottava. Zelinda e Lindoro

Precedente

Successivo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

Scena Ottava. Zelinda e Lindoro

 

ZEL. (a Lindoro) Con quale intenzione volevate voi raccogliere quella borsa?

LIN. (mortificato) Il danno che colui ci ha recato non merita forse un qualche risarcimento?

ZEL. Ah! Lindoro, Lindoro, pur troppo è vero. La miseria talvolta fa commettere delle bassezze.

LIN. Sì, è vero; ma non è per me che io cerchi i sovvenimenti. Siete voi che mi fate pietà.

ZEL. Oh cieli! cosa sarà di noi? Se la fortuna continua a perseguitarci, a quali pericoli andremo incontro? Credetemi, quest'esempio mi fa tremare: il bisogno ci può lusingare; e come fidarci della buona intenzione di chi benefica senza conoscerne il fondo?

LIN. È vero, Zelinda, è verissimo. Ma facciamo così. Mi viene ora un pensiero. Credo che il cielo me lo suggerisca. Andiamo a Genova, andiamo a presentarci a mio padre. Possibile ch'egli mi scacci villanamente, ch'egli non si mova a pietà?

ZEL. Questo è un passo che si potrebbe tentare, ma come intraprendere il viaggio? Sono novanta miglia, si dee passar la Bocchetta, vi sono delle altre montagne incomode. A piedi, io non ho coraggio di farle, e per calesse ci manca il modo.

LIN. Poveri noi! il nostro male non ha rimedio.

ZEL. Ve ne sarebbe uno, un solo ve ne sarebbe per noi.

LIN. E quale, mia cara Zelinda?

ZEL. Eccolo qui, ascoltatemi. Non vi è altro caso, non vi è altra speranza per noi, se non che io vada a gettarmi nelle braccia del signor Don Roberto. Sapete l'amore, la bontà che ha per me, e siete sicuro ch'egli pensa da uomo onesto, e colla più rigorosa delicatezza. Don Flaminio e Fabrizio sono scoperti, li temo meno, ed il padrone saprà assicurarmi dalle loro molestie. La padrona, o non è più in casa, o se vi torna, sarà probabilmente con delle condizioni che la renderanno meno orgogliosa. Tutta la difficoltà è per voi. Non posso lusingarmi che il signor Don Roberto vi riceva in casa con me, ma posso bene colla roba mia, col mio danaro e co' miei profitti, soccorrervi fin che ne avete bisogno, finché sappiate le ultime risoluzioni di vostro padre, o che troviate un onesto impiego in Pavia. Saprò almeno che siete qui, vi vedrò qualche volta, mi può riuscir di persuader il padrone in vostro favore. S'ei venisse a morire, che il cielo non lo voglia, mi ha promesso beneficarmi. (con tenerezza) Così, il mio caro, il mio adorato Lindoro, soccorriamo decentemente la nostra miseria, metto in sicuro il mio decoro e la mia onestà. Vi amerò sempre colla sola pena di non vedervi, e colla dolce speranza che possiamo essere un contenti.

LIN. (piange, e non risponde)

ZEL. Anima mia, che dite? Oh Dio! piangete? Non rispondete.

LIN. Che volete che io dica? Avete ragione; andate, che il ciel vi benedica.

ZEL. Ah no, se ciò vi fa tanta pena, non anderò, resterò con voi.

LIN. E a far che? Poverina! a penare? a patire? Ah no, andate, ne son contento, ma non m'impedite almeno di piangere il mio destino.

ZEL. Ma io non ho cuor di lasciarvi in uno statodoloroso.

LIN. No, cara, non vi affliggete, non vi arrestate per me. So che mi amate, e ciò mi basta per consolarmi. (procura di rasserenarsi)

ZEL. Andrò dunque... (parte)

 


Precedente

Successivo

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License